La legge elettorale entra nel vivo al Senato, dove il centrodestra ha ritrovato compattezza sul nodo delle preferenze. Dopo ore di tensioni interne, l’Aula ha bocciato il subemendamento del Pd che puntava a eliminare i capilista bloccati, scatenando la dura reazione delle opposizioni.
Legge elettorale, stop del Senato all’emendamento sulle preferenze: opposizioni in rivolta
Entra nel vivo al Senato l’esame della nuova legge elettorale, lo Stabilicum, già approvata in prima lettura alla Camera lo scorso 16 luglio. A Palazzo Madama il confronto si è concentrato soprattutto sul nodo delle preferenze, che nelle ultime ore aveva fatto riaffiorare le tensioni interne al centrodestra. In mattinata, infatti, Fratelli d’Italia avrebbe valutato la possibilità di sostenere alcune proposte del Pd per introdurre preferenze pure per tutti gli eletti, cancellando il sistema dei capilista bloccati.
Una prospettiva che aveva immediatamente incontrato la contrarietà di Forza Italia e Lega.
Dopo il vertice di maggioranza, la ministra per le Riforme Elisabetta Casellati aveva annunciato che su alcune proposte delle opposizioni l’esecutivo non avrebbe espresso un’indicazione vincolante: “Il governo si rimette all’Aula, il Parlamento è sovrano come sempre”. Nel pomeriggio, però, il quadro è cambiato e il centrodestra ha ritrovato compattezza.
A chiarire la posizione di Fratelli d’Italia è stato il capogruppo al Senato Lucio Malan: “Tra un emendamento strumentale sulle preferenze delle opposizioni e mantenere gli accordi di maggioranza noi non abbiamo dubbi: manteniamo la parola e votiamo contro questo emendamento”. L’Aula ha così respinto con 99 voti contrari e 68 favorevoli il subemendamento a prima firma del dem Dario Parrini, che puntava a eliminare i capilista bloccati e introdurre un sistema di preferenze più ampio.
Dopo il risultato, dai banchi delle opposizioni si sono levati cori di “Vergogna”. È stato respinto anche un altro subemendamento del Pd, a prima firma Nicola Irto, con 93 no, 63 sì e un astenuto. La maggioranza sosterrà invece l’emendamento Lisei, frutto dell’intesa nel centrodestra, che mantiene i capilista bloccati consentendo di esprimere fino a tre preferenze sugli altri candidati. La giornata ha quindi chiuso, almeno per ora, il possibile strappo di FdI con Lega e Forza Italia, dopo ore in cui sembrava possibile una convergenza con le opposizioni. Il voto finale sulla riforma al Senato è previsto per martedì 15 settembre, mentre il testo dovrebbe tornare nell’Aula della Camera il 28 settembre, nonostante la richiesta delle opposizioni di concedere più tempo all’esame del provvedimento.
Renzi e Conte attaccano Meloni, mentre restano aperti i nodi della riforma elettorale: “Vergogna”
La scelta del centrodestra ha acceso immediatamente lo scontro politico. In Aula Matteo Renzi ha ripreso un intervento pronunciato da Giorgia Meloni nel 2014, quando l’attuale presidente del Consiglio sosteneva la necessità di permettere agli elettori di scegliere direttamente i propri rappresentanti. “Se noi siamo rappresentanti del popolo italiano, se noi lo siamo e non ci consideriamo migliori degli italiani, dobbiamo riconoscere agli italiani la possibilità di determinarsi e di autodeterminarsi”, ha letto il leader di Italia Viva, aggiungendo poi rivolto a Malan: “Dovreste semplicemente vergognarvi per quello che avete appena detto”.
Anche il Pd ha rilanciato sui social un video del 22 gennaio 2024 nel quale Meloni dichiarava: “Noi siamo disposti a votare qualsiasi legge elettorale, chiediamo una cosa: che ci siano le preferenze”.
Durissimo anche Giuseppe Conte, che ha accusato la maggioranza di aver messo in scena un “teatrino più sfacciato” e una “messinscena più truffaldina”, sostenendo che la premier abbia rinunciato alle preferenze reali pur di salvaguardare l’intesa con gli alleati.
Archiviata almeno per il momento la battaglia sulle preferenze pure, restano comunque diversi punti da definire nella riforma. È confermata al 42% la soglia necessaria per ottenere il premio di maggioranza, nonostante Fratelli d’Italia avesse valutato di portarla al 41% e Forza Italia avesse spinto in direzione opposta. È invece definitivamente tramontata l’ipotesi del ballottaggio, sulla quale Lega e FI avevano espresso la propria contrarietà. Sul tavolo resta poi la cosiddetta norma “anti-cespugli”, che riguarda il peso delle liste minori all’interno delle coalizioni: tra le ipotesi discusse figurano l’esclusione dal computo dei voti di chi resta sotto il 2%, il mantenimento della soglia dell’1% prevista dal Rosatellum oppure la cancellazione totale della soglia, soluzione che permetterebbe a tutti i voti delle forze coalizzate di concorrere al raggiungimento del premio.
Il governo ha inoltre riformulato la proposta di FdI sulle firme richieste ai nuovi partiti: per quelli non presenti in Parlamento si passerebbe da 1.500 a 9mila sottoscrizioni, fino a un massimo di 10mila, con un aumento anche delle circoscrizioni necessarie per presentarsi. Restano agevolazioni per le forze già rappresentate, mentre il centrodestra mantiene l’intesa sui punti più delicati della riforma.
Visualizza questo post su Instagram
Visualizza questo post su Instagram
Visualizza questo post su Instagram
