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Napoli, lungo lo stesso asse: tra il canto di Parthenope e i calici di Worth

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C’è una Napoli che non si limita a mostrarsi, ma seduce. Non si racconta: si insinua.

È una città che lavora per stratificazioni, per ritorni, per echi. In questo aprile dall’equilibrio incerto, attraversato da un’inquietudine atmosferica che trattiene la stagione e da una più sottile inquietudine dell’animo, Napoli sembra sostare in una soglia. Ed è proprio in questa sospensione che si apre a un doppio racconto: il canto di “Parthenope” e la presenza silenziosa dei “Calici di Alex Worth”.

Lungo lo stesso asse da via Toledo fino al Museo Archeologico Nazionale (MANN) si disegna una geografia quasi invisibile ma precisa. A distanza di due giorni, due mostre inaugurate in sequenza sembrano rispondersi. Non per dichiarazione, ma per risonanza. Così lontane, così vicine verrebbe da dire, evocando Faraway, So Close! degli U2, nell’immaginario di Wim Wenders. Due traiettorie autonome che finiscono per convergere nello stesso punto: l’antico come esperienza, non come memoria.

Da un lato “Parthenope. La Sirena e la città” al MANN; dall’altro “Vortici. Alex Worth in dialogo con la ceramica” alle Gallerie d’Italia. Due dispositivi espositivi differenti che condividono una medesima tensione: riportare il passato a una dimensione attiva, quasi corporea.

Al Museo Archeologico Nazionale di Napoli, la mostra dedicata a Parthenope costruisce una narrazione identitaria che è insieme archeologica e simbolica. A Napoli, del resto, si è “Partenopei prima ancora che napoletani. Il nome stesso rimanda al primo insediamento greco sulla collina di Pizzofalcone e alla figura della sirena il cui corpo, secondo la tradizione, approdò sulla costa dando origine alla città.

Dall’VIII secolo a.C., il legame tra Napoli e le Sirene si è continuamente trasformato senza mai interrompersi. Da creature ibride uccelli con volto femminile, portatrici di seduzione e pericolo a presenze protettrici, quasi tutelari. Parthenope si è progressivamente depositata nel tessuto urbano: nelle monete dell’antica Neapolis, nei rilievi, nella fontana di Spinacorona, detta “delle zizze”, luogo di devozione popolare legato alla maternità, fino alle decorazioni del Teatro San Carlo e della Galleria Vittorio Emanuele, per arrivare ai linguaggi visivi contemporanei, dai murales alla cultura pop”.

Curata da Francesco Sirano, Massimo Osanna, Raffaella Bosso e Laura Forte, la mostra riunisce oltre duecentocinquanta opere, dall’VIII secolo a.C. alla contemporaneità, configurandosi come una vera e propria summa iconografica del mito. “Non un racconto lineare, ma una costellazione di immagini e oggetti che mostrano la capacità di Parthenope di rigenerarsi continuamente, attraversando epoche e linguaggi. Emblematica, in questo senso, la presenza di reperti ,in alcuni casi inediti provenienti dagli scavi delle linee 1 e 6 della metropolitana, così come il prestito del busto in argento di Santa Patrizia, che introduce un ulteriore livello di stratificazione tra mito e devozione”.

L’apertura al presente e al futuro trova una sintesi potente nell’Atrio del Museo, dove l’artista Francisco Bosoletti ha realizzato un’opera concepita appositamente per la mostra: una grande sirena nata in un cantiere aperto al pubblico. Un processo visibile, condiviso, in cui l’artista ha lavorato in dialogo diretto con i visitatori, trasformando l’atto creativo in esperienza partecipata. Non solo un’opera, ma un gesto che rende partecipe lo spettatore coinvolgendolo.

Alla conferenza stampa di apertura, Michele Coppola per Intesa Sanpaolo Gallerie d’Italia ha sottolineato il sostegno dell’istituzione al progetto attraverso la sponsorizzazione del catalogo, edito da Allemandi. Un intervento che, al di là del dato editoriale, stabilisce un legame concreto con l’altra mostra in città, rendendo esplicita una connessione già percepibile sul piano concettuale.

Alle Gallerie d’Italia, “Vortici. Alex Worth in dialogo con la ceramica”, curata da Silvia Gaspardo Moro e Richard Neer, si muove su un registro apparentemente distante. Eppure è proprio qui che il dialogo si intensifica. Le immagini di Worth sono “fatte dalla mente e dalle mani”: costruite, trattenute, essenziali.

Worth non rappresenta: condensa. Calici, mani, frammenti di natura diventano presenze isolate, sospese, sottratte al flusso narrativo. La sua palette ridotta, controllata si articola attorno a una gamma essenziale: toni terrosi, bruni, ocra, attraversati da contrasti netti di luce e ombra. Una materia cromatica che richiama la terra come origine e sostanza, e che, senza mai dichiararlo, stabilisce un rapporto diretto con l’antico attraverso il chiaroscuro.

Al centro, i calici. E con essi il simposio. Il bere non come consumo, ma come pratica relazionale. Un gesto che costruisce comunità, che attiva dinamiche di prossimità, di corteggiamento, di scambio. È in questa dimensione che il lavoro di Worth trova una risonanza profonda con il mondo antico.

Come sottolinea Richard Neer, il vino non è mai neutro: modifica chi lo condivide. Bere insieme significa alterare temporaneamente l’equilibrio individuale per entrare in una condizione comune. Alla perdita di controllo può accompagnarsi, paradossalmente, una forma di lucidità: un’intensificazione della percezione, un senso più netto di connessione. Non si è più estranei, ma parte di un processo condiviso, in cui si cambia impercettibilmente insieme.

Nel dialogo con i vasi della collezione Intesa Sanpaolo, le opere di Worth trovano un contrappunto silenzioso ma incisivo. Le mani si sovrappongono, si sfiorano, modellano, trattengono. Il gesto diventa centrale: è lì che si inscrive una tensione che tiene insieme sensualità, dimensione rituale e una forma di leggerezza che sfiora il gioco.

E c’è un elemento ulteriore, quasi autobiografico: “per la prima volta, dichiara Alex Worth, si trova fisicamente nella stessa stanza con le opere che lo hanno ispirato e con quelle che ha realizzato”. Non un semplice dialogo curatoriale, ma un confronto diretto, senza mediazioni, tra origine e restituzione.

Così, lungo lo stesso asse, Napoli costruisce un dialogo che non ha bisogno di essere dichiarato. Il canto di Parthenope e i calici di Worth appartengono alla stessa grammatica, quella del desiderio, della relazione, della trasformazione.

Due mostre, due temporalità, un’unica città. Napoli, ancora una volta, non mette in scena il passato: lo riattiva.