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Omicidio nel boschetto di Rogoredo, la confessione del poliziotto: "La pistola l’ho messa io"

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Le parole dell’agente dopo il fermo: l’ammissione sulla pistola collocata accanto al corpo e i nuovi sviluppi sulla morte di Mansouri a Rogoredo.

L’omicidio di Abderrahim Mansouri nel boschetto di Rogoredo ha scosso l’opinione pubblica per la gravità dei fatti e per il ruolo dell’uomo accusato di aver sparato. Al centro dell’inchiesta c’è la condotta di un funzionario di Polizia che, secondo gli inquirenti, avrebbe alterato la scena del crimine per sostenere una versione non corrispondente alla realtà.

Omicidio a Rogoredo: le ipotesi investigative e le ombre sul movente

Fin dai primi giorni successivi alla morte di Mansouri, la posizione dell’agente è apparsa compromessa. La Procura di Milano, coordinata dal pm Giovanni Tarzia e dal procuratore Marcello Viola, ha ipotizzato l’omicidio volontario, delineando uno scenario distante dalla versione inizialmente fornita.

Gli accertamenti tecnici e le testimonianze raccolte — tra cui quelle di persone presenti al momento dei fatti — hanno escluso che la vittima impugnasse un’arma vera: accanto al cadavere è stata trovata una pietra, mentre la pistola risultava essere una replica priva di tracce genetiche riconducibili a Mansouri. Gli inquirenti contestano anche il «grave ritardo con cui furono allertati i soccorsi», circostanza ritenuta significativa nel quadro indiziario.

Nel frattempo si approfondiscono i rapporti pregressi tra l’agente e il giovane pusher: alcune testimonianze parlano di presunte richieste di denaro e droga, fino a 200 euro e cinque grammi di cocaina al giorno, rivolte non solo a Mansouri ma anche ad altri spacciatori della zona Rogoredo-Corvetto.

Si indaga inoltre sul rischio di reiterazione del reato, di fuga o di inquinamento probatorio, anche alla luce delle pressioni esercitate affinché la versione della «legittima difesa» venisse sostenuta «senza esitazioni». Parallelamente, un filone separato sta passando al vaglio precedenti episodi professionali e la situazione patrimoniale dell’indagato, nel tentativo di chiarire movente e contesto complessivo della vicenda.

Omicidio a Rogoredo, la confessione del poliziotto arrestato: “Ho messo la pistola vicino a Mansouri”

L’indagine sull’omicidio di Abderrahim Mansouri, ucciso il 26 gennaio nel boschetto di Rogoredo, ha preso una svolta decisiva con le ammissioni di Carmelo Cinturrino durante un colloquio in carcere con il suo legale, Piero Porciani. Come riportato dall’Ansa, il funzionario di Polizia avrebbe riconosciuto le proprie responsabilità e avrebbe spiegato il gesto compiuto subito dopo lo sparo: «Ho messo la pistola vicino a Mansouri perché temevo le conseguenze di quello che era accaduto». Un timore che, secondo quanto riferito, lo avrebbe spinto ad alterare la scena, collocando accanto al corpo una replica di arma per sostenere la tesi della legittima difesa.

Nel racconto fornito al difensore, Cinturrino avrebbe inoltre dichiarato di aver compreso soltanto mentre faceva fuoco che «quello che aveva in mano la vittima era un sasso». Avrebbe poi ammesso il coinvolgimento di un collega nella ricostruzione artificiosa dei fatti: «Ho detto al mio collega di andare a pigliare lo zaino» al commissariato, «sapeva cosa c’era dentro».

L’interrogatorio dell’agente 42enne si terrà questa mattina, martedì 24 febbraio. A carico di Carmelo Cinturrino emergono gravi rischi di reiterazione del reato, ossia la possibilità che possa compiere ulteriori omicidi, e di inquinamento probatorio. Si aggiunge anche il pericolo di fuga, considerata la disponibilità di alloggi a lui riconducibili. Tali elementi sono stati rilevati in relazione alla richiesta di custodia cautelare in carcere avanzata dalla Procura di Milano.