> > Perché i raid iraniani sul Golfo minacciano la fiducia costruita con diplomazia

Perché i raid iraniani sul Golfo minacciano la fiducia costruita con diplomazia

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Dopo l'operazione chiamata "Operation Epic Fury" del 28 febbraio 2026, Tehran ha rivolto missili e droni contro Paesi del Golfo che avevano assicurato di non fornire basi: un'azione che rischia di compromettere decenni di diplomazia e di aggravare la crisi regionale

La mattina del 28 febbraio 2026 un attacco coordinato condotto dagli Stati Uniti e da Israele, chiamato Operation Epic Fury, ha innescato una nuova fase di tensione in Medio Oriente. L’azione ha provocato una risposta iraniana che, oltre a colpire gli autori dell’operazione, ha interessato territori dei Paesi del Golfo.

Secondo quanto riferito dalle fonti regionali, numerosi lanci di missili e droni hanno raggiunto obiettivi in Stati che fino a quel momento avevano impegnato risorse diplomatiche per evitare l’escalation.

Marco Santini, ex Deutsche Bank e analista fintech, osserva che nella sua esperienza la rottura di equilibri regionali avviene spesso per reazioni indirette e non previste. Chi lavora nel settore sa che i fattori di liquidity politica e di spread di alleanze possono amplificare gli shock.

I numeri parlano chiaro: la moltiplicazione degli attacchi complica le vie di de-escalation e aumenta il rischio di coinvolgimento di attori esterni.

Dal punto di vista regolamentare, la situazione pone interrogativi su catene di comando e responsabilità internazionali. Il rischio è un’ulteriore espansione del conflitto nella regione e un’accelerazione delle ripercussioni diplomatiche ed economiche.

Un capitale diplomatico costruito con fatica

Le tensioni regionali successive all’attacco denominato Operation Epic Fury hanno reso decisive le relazioni tra gli Stati del Consiglio di cooperazione del Golfo e Teheran.

Negli anni precedenti i governi del Golfo avevano privilegiato la diplomazia per contenere la crisi e ricostruire canali politici con l’Iran.

Nella fase più recente la normalizzazione facilitata dalla Cina ha prodotto risultati concreti: riapertura delle ambasciate e ripresa dei canali ufficiali, con Qatar e Oman che hanno svolto ruoli di mediazione discreta. Questi sforzi hanno generato un capitale diplomatico che si è tradotto in impegni pubblici sul non utilizzo di spazi aerei e territori del Golfo per attacchi contro l’Iran. Teheran ha riconosciuto tale posizione e il 5 marzo 2026 ha espresso un ringraziamento a Riyadh per il rispetto di quell’impegno, contribuendo a limitare la rapida escalation dopo l’attacco internazionale.

La ferita della fiducia: attacchi e impatto immediato

Le forze iraniane hanno preso di mira infrastrutture civili e siti strategici nei Paesi del Golfo, incluse aeroporti, raffinerie, porti e impianti energetici. L’intensità degli attacchi ha superato quella rivolta a Israele nelle prime giornate del conflitto, con vittime e centinaia di feriti negli Emirati Arabi Uniti.

Una conseguenza immediata è stata la sospensione pratica del traffico nello stretto di Hormuz, passaggio vitale per circa un quinto del petrolio mondiale e per rilevanti quote di gas naturale liquefatto. La paralisi delle esportazioni e il crollo della fiducia nelle assicurazioni marittime hanno spinto i mercati verso uno shock simile alle crisi petrolifere del passato, aumentando premi di rischio, pressioni sullo liquidity e timori per la tenuta delle catene di approvvigionamento.

Dimensione legale e morale

Diversi analisti hanno evidenziato che gli attacchi contro Paesi non belligeranti sollevano questioni di diritto internazionale. Gli Stati del Golfo non erano parte della controversia tra Iran, Stati Uniti e Israele e non avevano autorizzato l’uso dei loro territori contro Teheran. Il targeting di obiettivi civili e infrastrutturali mette a rischio i principi di distinzione e protezione previsti dall’internazionalismo umanitario.

Dal punto di vista politico e regolamentare, la violazione di questi principi può determinare responsabilità internazionali e richieste di riparazione. Marco Santini, ex Deutsche Bank e analista fintech, osserva che gli effetti si estendono anche ai mercati: i numeri parlano chiaro, con aumento dei premi di rischio e pressioni sulla liquidity. Chi lavora nel settore sa che tali shock richiedono maggiore due diligence nelle catene di approvvigionamento e controlli di compliance rafforzati.

Sul piano diplomatico, la presenza di terzi coinvolti aumenta il rischio di escalation e complica le negoziazioni multilaterali. Gli sviluppi attesi comprendono indagini internazionali e possibili interventi del Consiglio di Sicurezza, che potranno influire sulle rotte commerciali e sui mercati energetici.

Strategia e controproduzione: come Iran ha alterato il campo di gioco

Da un punto di vista strategico, l’operazione di Teheran appare controproduzione rispetto agli obiettivi dichiarati. Attaccare Paesi del Golfo rischia di spingere quei governi verso Washington e di indebolire proprio gli attori regionali con maggiore incentivo e capacità di mediare una de-escalation. Ogni missile verso Dubai, Doha o Riyadh complica la posizione negoziale che Qatar e Oman erano pronti a offrire. Nella sua esperienza in Deutsche Bank, Marco Santini osserva che questo tipo di escalation tende ad aumentare gli spread politici e finanziari nelle regioni coinvolte.

In termini narrativi, la scelta iraniana ha allargato il teatro del conflitto. Non si tratta più solo di un confronto tra Iran e Israele o Stati Uniti, ma di un fronte che coinvolge attori economici e politici globali e minaccia la stabilità energetica di Asia ed Europa. I numeri parlano chiaro: l’interruzione o il rischio sulle rotte e sui mercati può tradursi in shock sui prezzi e in problemi di liquidity per operatori internazionali. Dal punto di vista regolamentare, Marco Santini sottolinea che gli sviluppi potrebbero richiedere interventi multilaterali per preservare rotte commerciali e mercati energetici.

Il pericolo di consolidare un nuovo allineamento

Colpire Paesi vicini riduce lo spazio per soluzioni politiche e aumenta la probabilità che gli Stati della regione rafforzino alleanze di sicurezza esterne. Questo esito accentua la polarizzazione regionale e contrasta con l’interesse collettivo a preservare canali di dialogo e a evitare una guerra generalizzata.

Secondo Marco Santini, ex Deutsche Bank e analista fintech, il rafforzamento degli allineamenti può avere effetti duraturi su flussi commerciali e mercati energetici. I numeri parlano chiaro: un aumento delle percezioni di rischio eleva premi di rischio e può peggiorare lo spread politico tra attori regionali. Chi lavora nel settore sa che, dal punto di vista regolamentare, maggiori tensioni richiedono intensificazione della due diligence e misure di liquidity management.

Cosa serve adesso: corridoi d’uscita e ruolo degli attori globali

La priorità immediata è stabilire corridoi d’uscita diplomatici prima che l’inerzia del conflitto renda ogni soluzione impraticabile. Occorrono sforzi coordinati tra Paesi del Golfo, potenze asiatiche e l’Unione Europea, tutte con interessi diretti nella sicurezza delle rotte energetiche e nella stabilità commerciale.

Nella sua esperienza in Deutsche Bank, Marco Santini osserva che chi lavora nel settore sa che maggiori tensioni richiedono intensificazione della due diligence e misure di liquidity management. Per questo motivo gli attori esterni con leva economica e diplomatica possono facilitare soluzioni che consentano a Tehran e a Washington di registrare successi pubblici senza compromettere la propria reputazione.

Qatar e Oman restano risorse rilevanti grazie al loro ruolo di mediatori e ai canali di comunicazione con Tehran. Tra le opzioni praticabili figurano negoziati indiretti sostenuti da garanzie economiche e meccanismi di verifica multilaterali. I numeri parlano chiaro: un intervento diplomatico coordinato riduce il rischio di escalation e limita l’impatto sui mercati energetici, offrendo uno spazio politico per soluzioni negoziate.

Una finestra che potrebbe chiudersi

Il coordinamento diplomatico riduce il rischio di escalation e limita l’impatto sui mercati energetici, offrendo spazio politico per soluzioni negoziate.

Il rischio è che la crisi diventi autoalimentante: impegni e narrative belliche si radichino al punto da rendere impossibile un ritiro ordinato. Per evitare tale esito servono volontà politica e strumenti praticabili per costruire un accordo che riporti i mediatori regionali al centro del processo.

Marco Santini, ex Deutsche Bank e analista indipendente, osserva che la stabilità dipende da meccanismi verificabili di fiducia e da misure concrete di de-escalation. Chi lavora nel settore sa che senza garanzie sul terreno la fiducia resta fragile. I numeri parlano chiaro: la persistenza del conflitto alza gli spread politici e riduce la liquidità delle soluzioni diplomatiche.

Dal punto di vista regolamentare, la priorità è definire percorsi verificabili per il ritiro delle forze e l’accesso umanitario. Un accordo negoziato rimane l’esito più probabile per ricostruire canali di fiducia e limitare il rischio di conflitto prolungato.