L’epidemia di Ebola che sta colpendo l’Africa Centrale continua a rappresentare una sfida sanitaria di grande rilevanza. Mentre i casi aumentano nella Repubblica Democratica del Congo e in Uganda, la comunità scientifica accelera la ricerca di nuove strategie di prevenzione e trattamento, puntando su un farmaco preventivo e sul rafforzamento delle attività di controllo sul territorio.
Emergenza in Africa Centrale: risposta internazionale e criticità sul territorio
Nel frattempo prosegue l’impegno internazionale per contenere la diffusione del virus. Il team dell’Istituto Spallanzani di Roma è rientrato in Italia dopo una missione a Kinshasa, dove ha collaborato con le autorità sanitarie congolesi per rafforzare le attività di sorveglianza epidemiologica, la gestione dei dati e il coordinamento operativo sul territorio.
Gli esperti italiani hanno inoltre fornito medicinali e materiali sanitari, condividendo indicazioni pratiche per il loro utilizzo, e hanno visitato i laboratori nazionali impegnati nelle attività diagnostiche e di sequenziamento genetico.
Intanto il quadro epidemiologico continua a destare preoccupazione. Secondo il direttore generale dell’OMS, Tedros Adhanom Ghebreyesus, nella Repubblica Democratica del Congo i casi confermati hanno raggiunto quota 344, con 60 decessi registrati, mentre in Uganda sono stati accertati 15 contagi e una vittima.
Tra le priorità indicate dall’OMS vi è il potenziamento dei test diagnostici per accelerare la conferma dei casi e consentire interventi più tempestivi. Persistono tuttavia difficoltà significative nel tracciamento dei contatti: attualmente «solo il 45% dei contatti è stato seguito», una situazione aggravata dall’insicurezza in alcune aree e dagli spostamenti della popolazione.
A complicare ulteriormente la gestione dell’emergenza contribuiscono le restrizioni ai viaggi introdotte da diversi Paesi, che, secondo Tedros, «stanno interrompendo le catene di approvvigionamento e ostacolando la risposta». Un’altra sfida cruciale riguarda la fiducia delle comunità locali: in alcune zone persiste infatti la convinzione che la malattia non esista realmente, rendendo ancora più complesso il controllo dell’epidemia. Per questo motivo, il rafforzamento del dialogo con la popolazione viene considerato un elemento essenziale per contenere la diffusione del virus.
Ebola, speranze dalla svolta medica: “Test con farmaco preventivo entro 2-3 settimane”
L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha annunciato che entro poche settimane potrebbe prendere il via una sperimentazione clinica dedicata a un nuovo farmaco antivirale destinato alle persone entrate in contatto con pazienti affetti da Ebola. In particolare, l’attenzione è rivolta all’obeldesivir, un antivirale orale che potrebbe rappresentare una valida strategia di profilassi post-esposizione contro il ceppo Bundibugyo. Come spiegato da Vasee Moorthy dell’OMS, “quando consideriamo la prevenzione non stiamo aspettando i vaccini“, poiché questo nuovo trattamento offre una potenziale opportunità per intervenire rapidamente sui contatti dei casi confermati.
I partner coinvolti stanno ultimando il protocollo dello studio e, secondo le previsioni, l’avvio potrebbe avvenire entro due o tre settimane. Parallelamente, emergono segnali incoraggianti anche sul fronte delle cure. Tra le opzioni considerate più promettenti figurano l’anticorpo monoclonale pan-Ebola MBP134 e il remdesivir, già noto per il suo impiego durante la pandemia di Covid-19. Per quest’ultimo studio il protocollo era stato predisposto prima dell’attuale emergenza ed è già stato approvato dalle autorità della Repubblica Democratica del Congo.
Più lunghi, invece, i tempi necessari per i vaccini sperimentali: le aziende stanno incrementando la produzione, ma saranno indispensabili ulteriori verifiche per garantirne sicurezza ed efficacia nel rispetto dei più rigorosi standard etici.