Il quadro energetico globale si è aggravato con il ritorno del Brent oltre i 100 dollari al barile e con una sensibile tensione nello Stretto di Hormuz. Le turbolenze militari nella regione hanno ridotto drasticamente il traffico marittimo che normalmente trasporta una quota significativa delle esportazioni energetiche mondiali, mentre gli operatori finanziari ricalibrano le aspettative su disponibilità e prezzi.
Le reazioni politiche e operative di governi e agenzie internazionali hanno prodotto annunci e contromisure, ma fino a oggi gli interventi non hanno ancora calmato i mercati. Tra le risposte emergono rilasci dalle scorte strategiche, licenze temporanee per flussi alternativi e valutazioni su scorte e scorte navali: tutte mosse studiate per attenuare un possibile shock dell’offerta.
Impatto sui mercati energetici
Il rialzo del prezzo del greggio è stato rapido e marcato: il contratto Brent è salito oltre la soglia dei 100 dollari, con quotazioni future segnate a 101,13 dollari alle 03:00 GMT, una reazione alla concreta possibilità di una chiusura prolungata dello Stretto di Hormuz. I listini azionari asiatici hanno aperto in netto ribasso dopo le perdite registrate a Wall Street, mentre gli operatori valutano uno scenario di carenza giornaliera stimata in circa 15-20 milioni di barili secondo fonti di mercato.
Misure straordinarie e loro efficacia
L’IEA ha annunciato il rilascio di 400 milioni di barili dalle scorte strategiche dei paesi membri come intervento tampone; tuttavia, gli operatori hanno reagito con scarsa fiducia sull’impatto immediato di questa misura. Parallelamente, il Dipartimento del Tesoro degli Usa ha emesso una licenza temporanea per consentire l’acquisto di petrolio russo rimasto in mare, ma anche questo provvedimento non ha avuto l’effetto di riportare i prezzi sotto la soglia psicologica dei 100 dollari.
La dinamica nello Stretto di Hormuz
Lo Stretto di Hormuz, corridoio strategico di circa 33 chilometri tra Iran e Oman, rimane il fulcro della crisi: transita ogni giorno quasi un quinto della domanda petrolifera mondiale e una larga parte delle esportazioni di gas naturale liquefatto dirette in Asia. Da quando Stati Uniti e Israele hanno lanciato attacchi congiunti contro l’Iran il 28 febbraio 2026, il numero di transiti giornalieri è precipitato. Secondo il centro UKMTO, non sono passate più di cinque navi al giorno rispetto a una media pre-crisi di 138 transiti quotidiani.
Incidenti e minacce
Negli ultimi giorni si sono susseguiti attacchi contro navi commerciali e segnalazioni sul possibile impiego di mine e boe esplosive da parte di Teheran. Il 11 marzo 2026 un cargo è stato colpito e l’equipaggio evacuato; altre imbarcazioni hanno subito danni in attacchi attribuiti alle forze iraniane o a gruppi legati alla regione. Il pericolo di una minatura su larga scala è stato sottolineato dalle intelligence occidentali e ha spinto gli Stati Uniti a minacciare ritorsioni severe nel caso in cui mine vengano effettivamente piazzate nello Stretto.
Reazioni militari e opzioni di sicurezza
Le autorità militari hanno già compiuto azioni nello specchio d’acqua: il Comando centrale degli Usa ha annunciato la distruzione di sedici imbarcazioni posamine iraniane vicino allo Stretto il 10 marzo 2026, una risposta diretta alle preoccupazioni sulla minaccia di mine. Sul piano diplomatico, leader europei e di altri paesi hanno avviato contatti per valutare opzioni comuni finalizzate a proteggere il traffico mercantile e garantire la libertà di navigazione.
La questione degli scorti navali
Il dibattito su scorte navali presenta due lati: da un lato la proposta di convogli militari per scortare petroliere e cargo, dall’altro il rischio di escalation in uno spazio marittimo angusto e facilmente attaccabile. Il presidente Donald Trump ha indicato che impedire all’Iran di ottenere armi nucleari è priorità rispetto al costo del petrolio; nel frattempo il Segretario all’Energia ha affermato che gli Usa non sono ancora pronte per scorte immediate ma non escludono l’avvio di operazioni in tempi brevi.
Prospettive e scenari di rischio
Se la paralisi dei transiti dovesse protrarsi per più settimane, i mercati potrebbero sperimentare rincari paragonabili a crisi energetiche precedenti, con ripercussioni sui prezzi del gas in Europa e sulla catena logistica globale. Gli analisti concordano che una chiusura totale per un mese o più porterebbe a shock significativi nei prezzi del greggio e del gas, mentre una sospensione parziale di breve durata potrebbe essere assorbita dalle compagnie grazie a scorte e riorganizzazioni degli approvvigionamenti.
In sintesi, la combinazione di rischio militare, riduzione dei transiti e misure politiche rende lo scenario molto volatile. Le mosse che seguiranno nei prossimi giorni — sia operative, come eventuali scorte navali, sia economiche, come ulteriori rilasci di scorte — determineranno se i prezzi riusciranno a stabilizzarsi o se l’Europa e l’Asia dovranno prepararsi a un nuovo periodo di instabilità energetica.