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L’opinione di Giulio Cavalli

Il verbo “permettiamo” in bocca a un membro del governo è pericoloso

Luigi Di Maio ha scritto una frase che riesce a sintetizzare in poche parole tutta una serie di errori: «A Natale e a Capodanno permettiamo ai cittadini di spostarsi tra i piccoli comuni»·

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La gestione di una pandemia richiede molte qualità: l’organizzazione, innanzitutto, che deve perfezionarsi soprattutto alla luce delle esperienze già vissute e che dovrebbe essere in continuo miglioramento sulla base dei riscontri diretti; la credibilità che è la caratteristica principale per non risultare paternalisti quando si decide di imporre delle restrizioni; la tempestività nel riconoscere pratiche errate e nel prendere provvedimenti; la cura del linguaggio per essere chiari, autorevoli, empatici con i cittadini e per risultare credibili.

L’attenzione per le parole, per come si dicono e per quando si dicono, è un tema che qui da noi non trova molta fortuna, durante tutti questi mesi alcuni politici, alcuni virologi e alcuni personaggi dall’ampia esposizione mediatica si sono profusi in valutazioni spesso errate, spesso senza basi scientifiche, spesso confuse e spesso anche più autoritarie che autorevoli. Non è facile, certo, no.

Ieri il ministro degli esteri Luigi Di Maio (che con le parole ha un rapporto conflittuale fin da quando è salito sulla scena pubblica) ha scritto una frase che riesce a sintetizzare in poche parole tutta una serie di errori: «A Natale e a Capodanno – ha scritto Di Maio – permettiamo ai cittadini di spostarsi tra i piccoli comuni»·

Partiamo dall’inizio: il verbo “permettiamo” in bocca a un membro del governo è una parola inadeguata e pericolosa. Qui non si tratta di stare alle gentili concessioni di questo o quel ministro, ma qui si tratta di riuscire a governare una pandemia con un giusto equilibrio di regole. E le regole, forse il ministro non l’ha capito ancora, non sono generosi lasciti del potere ma sono stabilite per il bene comune sulla base delle esigenze del momento.

Il verbo “permettere” indica un certo modo di pensare e un certo modo di intendere il potere che non è accettabile, tanto più in una situazione di stress economico e emotivo come quella che stiamo attraversando. Di Maio non “permette” nulla, Di Maio governa insieme al suo esecutivo e ne risponde ai cittadini. Non erano proprio loro che battevano ossessivamente su questo tasto?

Poi. La comunicazione di Di Maio modifica significativamente le decisioni precedentemente prese. Quando la politica ritorna sui suoi passi su decisioni che riguardano la salute dei cittadini deve accompagnare la propria scelta con dati, evidenze e tesi. Scrivere una frase buttata lì come ghiande ai maiali senza spiegare perché qualche giorno fa sarebbe stato pericoloso spostarsi e perché ora non lo è più è mera propaganda, populismo di bassa lega. O forse dobbiamo intendere che il governo decida su un tema così delicato come la pandemia sull’onda emotiva dei suoi elettori? Sarebbe triste e piuttosto pericoloso.

Poi. La definizione di “piccoli comuni” buttata lì in un annuncio di qualche riga non significa nulla. Cos’è un “piccolo comune”? Che fine fanno i confini regionali? Quanto ci si può spostare? La politica che spara annunci per tastare il polso dei cittadini e per valutarne la reazione è uno degli spettacoli più opprimenti di questa pandemia. Di Maio voleva dire che la scelta di definire gli spostamenti solo sui confini comunali non garantisce equità? Beh, bastava scriverlo così.

Infine. Anche uno stolto sa che certa opposizione e certi movimenti popolari gridano alla “dittatura sanitaria” (spesso con atteggiamenti irresponsabili): Di Maio non ha un social media manager, un amico, qualcuno che gli vuole bene che gli dica che una frase del genere è un suicidio politico? Noi, da canto nostro, gli permettiamo di porgere delle scuse, intanto.

Scrittore e giornalista.


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