Il 15 marzo 2026 il presidente Zelensky ha messo pubblicamente sotto accusa la pressione esercitata sull’Ucraina per riaprire l’oleodotto Druzhba, definendola un vero e proprio ricatto. L’infrastruttura, di origine sovietica, è stata danneggiata a seguito di un attacco russo a gennaio e Kiev ha stimato che le riparazioni potrebbero richiedere fino a sei settimane, una tempistica che ha infiammato i rapporti con alcuni stati membri della UE.
La disputa ha rapidamente assunto una dimensione politica: Ungheria e Slovacchia, fortemente dipendenti dal carburante che arrivava attraverso il Druzhba, hanno collegato la riapertura del flusso ai pacchetti di sostegno europeo per l’Ucraina. Di fronte a queste richieste, Zelensky ha dichiarato ai cronisti di essere contrario a cedere a condizioni che limitino l’assistenza militare, sostenendo che qualsiasi negoziazione impostata su tali termini equivale a coercizione.
La posta in gioco energetica e diplomatica
Al centro dello scontro c’è la vulnerabilità delle catene di approvvigionamento energetico: l’oleodotto Druzhba attraversa l’Ucraina collegando la Russia ai mercati europei, e il suo stop ha lasciato paesi come l’Ungheria e la Slovacchia in difficoltà. Bruxelles ha proposto una missione di ispezione per valutare i danni e accelerare i lavori, ma la richiesta di intervento tecnico non ha attenuato le tensioni politiche, perché i governi interessati chiedono garanzie immediate sul flusso di petrolio e legano le loro decisioni al pacchetto di aiuti per Kiev.
Le pressioni di Budapest e Bratislava
Secondo quanto riportato, i governi di Budapest e Bratislava hanno minacciato di ostacolare prestiti e misure di supporto all’Ucraina fino a che l’oleodotto non torni operativo. Questa strategia ha il potenziale di bloccare misure finanziarie cruciali provenienti dalla UE, con alcune fonti che citano cifre significative di fondi a rischio. Zelensky ha risposto definendo inaccettabile ogni negoziato che imponga restrizioni sulle forniture militari, e ha ribadito che Kiev non piegherà la propria politica di difesa a logiche di pressione energetica.
La linea di Kiev e le reazioni internazionali
La posizione ufficiale ucraina è chiara: la priorità è la sicurezza nazionale e la capacità di difesa, e nulla di ciò può essere trattato come merce di scambio. Zelensky ha sottolineato la disponibilità a collaborare con qualsiasi leadership ungherese che non sia alleata con la Russia, lasciando aperta la porta a relazioni normali purché basate su interessi condivisi e non su compromessi imposti. Questo messaggio ha scatenato risposte nette sia da Budapest sia dalla diplomazia russa, che ha accusato Kiev di fare pressione sui paesi acquirenti come se fosse un capovolgimento della colpa.
Dimensioni politiche e narrative
Oltre alla disputa pratica sul petrolio, si è sviluppata una battaglia di narrative: Mosca e rappresentanti dell’esecutivo ungherese interpretano la resistenza ucraina come un tentativo di ricattare i compratori, mentre Kiev vede nelle minacce un uso strumentale dell’energia per condizionare la politica estera europea. In questo contesto la proposta della missione di ispezione della Commissione Europea appare come una mediazione tecnica che corre però il rischio di rimanere intrappolata nelle logiche politiche.
Impatto economico e scenari possibili
Le ripercussioni sul mercato non sono teoriche: report indicano che, a seguito della crisi, i prezzi del petrolio in Ucraina sono aumentati di oltre il 10% e il naturale incremento dei prezzi del gas sui mercati europei ha raggiunto percentuali consistenti, con impatti diretti sulle finanze pubbliche e private. Se le interruzioni si prolungassero, le perdite commerciali e logistiche potrebbero essere rilevanti, mettendo ulteriore pressione sulle trattative diplomatiche.
In chiusura, lo scontro sul Druzhba mette a nudo la fragilità delle interdipendenze energetiche nella regione e la facilità con cui questioni tecniche possono trasformarsi in leve politiche. La strada per una soluzione richiederà passi concreti sul fronte delle riparazioni, un negoziato trasparente tra le parti coinvolte e la volontà dell’UE di conciliare interessi strategici e solidarietà verso l’Ucraina, evitando che il ricorso all’energia diventi uno strumento permanente di pressione politica.