Il No al referendum sulla riforma costituzionale della giustizia si afferma con il 53,95% dei consensi, contro un Sì fermo al 46,05%. Non una sconfitta di misura: una bocciatura netta, in un Paese che si è presentato in massa ai seggi.
L’affluenza ha superato il 58% degli aventi diritto – un dato che in un referendum costituzionale, privo di quorum, vale doppio: significa che gli italiani ci tenevano davvero a votare, e hanno scelto di dire no.
Referendum Giustizia 2026: una vittoria del centrosinistra, ma non solo
La mappa del voto racconta una storia precisa. Secondo le stime di Youtrend, il No vince in 14 regioni. Le tre dove trionfa il Sì sono Friuli Venezia Giulia, Lombardia e Veneto.
Ma anche in queste ultime, i margini non sono stati schiaccianti. La riforma della giustizia voluta dal governo Meloni ha perso nel resto del Paese in modo trasversale, attingendo a un bacino più largo di quello tradizionale del centrosinistra.
A guidare la partecipazione sono state le regioni del Centro-Nord. L’Emilia-Romagna ha raggiunto l’affluenza più alta d’Italia con il 66,67%, seguita da Toscana con il 66,27% e Umbria con il 65,05%. Dove si è votato di più, il No ha vinto con maggiore margine.
L’affluenza record: un’arma a doppio taglio
Il governo puntava su una partecipazione ampia come segnale di vitalità democratica a sostegno della propria riforma. Il risultato ha ribaltato questa lettura. L’affluenza ha superato quella del referendum costituzionale del 2020 sulla riduzione dei parlamentari, quando alle 23 aveva votato il 39,37% degli aventi diritto. Ha sfiorato persino i livelli del 2006, quando il referendum sulla riforma Berlusconi-Bossi-Fini vide la partecipazione del 53,8% degli italiani e fu bocciato con il 61,29%. Un precedente scomodo, che il centrodestra avrebbe dovuto tenere più presente.
Il nodo politico: indipendenza della magistratura
Al cuore del voto c’è una domanda che gli italiani si sono posti con serietà: la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri, il doppio CSM e l’Alta Corte disciplinare avrebbero reso la giustizia più efficiente e indipendente, o più vulnerabile alla politica? La risposta prevalente è stata la seconda.
Il segretario generale della CGIL Maurizio Landini ha commentato il risultato sottolineando “la grandissima partecipazione al voto” e “la difesa dell’autonomia e dell’indipendenza della magistratura“. Una lettura che, al netto delle appartenenze politiche, fotografa il sentimento che ha mosso buona parte del fronte del No.
Le reazioni: Meloni incassa la prima vera sconfitta
La premier Giorgia Meloni ha dichiarato: “Rispetto la decisione degli italiani, andremo avanti”. Parole misurate. Ma la realtà del voto è più pesante di qualsiasi dichiarazione d’ufficio.
L’opposizione non ha usato la stessa diplomazia. Il presidente del M5S Giuseppe Conte ha commentato: “Ce l’abbiamo fatta, viva la Costituzione” , mentre Matteo Renzi ha parlato di “sconfitta sonora del governo” e ha ricordato di aver lasciato la guida del governo dopo la propria sconfitta referendaria nel 2016, chiedendo se Meloni avrebbe “lo stesso coraggio”.
Cosa succede ora
La riforma non entra in vigore. Il sistema giudiziario italiano rimane invariato. Sul piano politico, il governo dovrà ora decidere come metabolizzare una sconfitta che arriva direttamente dalle urne – lo strumento democratico su cui aveva scommesso.
Come ha commentato Gian Domenico Caizza del comitato “Sì separa”: “È un esito che dà il segno di un Paese spaccato a metà, di una consultazione schiettamente politica”. Un’analisi onesta, che vale per entrambi i fronti. Il No ha vinto, ha vinto bene. Ma circa 46 italiani su 100 volevano qualcosa di diverso: ignorarlo sarebbe un errore tanto quanto la sconfitta stessa.