Il oleodotto Est-Ovest della Arabia Saudita, noto anche come Petroline, ha ripreso le operazioni dopo una chiusura forzata legata a droni militanti. La ripartenza, però, avviene a ritmo ridotto, lasciando aperta la questione delle forniture di greggio dal porto di Yanbu sul Mar Rosso. L’interruzione, iniziata il 13 settembre, era stata causata da attacchi attribuiti a milizie sciite filo-iraniane operative in Iraq, nell’ambito dell’escalation in Yemen.
Attacco al Petroline e il contesto strategico
Il oleodotto di 1 200 chilometri collega le regioni orientali produttive di petrolio al terminal di Yanbu, offrendo una via alternativa al Stretto di Hormuz che rappresenta circa il 20 % delle esportazioni mondiali di petrolio e gas. Costruito nel 1981, subito dopo la Rivoluzione iraniana, il Petroline consente al greggio saudita di raggiungere i mercati globali senza attraversare il collo di bottiglia dello stretto.
Obiettivi geopolitici delle forze coinvolte
Gli attacchi con droni, segnalati anche nelle regioni di Riyadh e Medina rientrano in una più ampia strategia di pressione da parte di gruppi alleati dell’Iran, che mirano a limitare le esportazioni saudite verso l’Europa. La chiusura preventiva del 10 settembre, annunciata dal ministero dell’Energia saudita, aveva già anticipato la vulnerabilità dell’opera, considerata una delle più importanti alternative al blocco dello Stretto di Hormuz ormai attivo da febbraio.
Ripercussioni sull’Europa e sui mercati energetici
La sospensione del flusso di 4–5 milioni di barili al giorno – pari al 4-5 % della produzione mondiale – ha obbligato le raffinerie europee a rivedere i propri piani di approvvigionamento. L’agenzia Argus ha segnalato il 15 settembre l’annullamento o il rinvio di carichi programmati per la fine di settembre, coinvolgendo almeno tre impianti. In risposta, il gruppo polacco Orlen ha acquistato 16 carichi aggiuntivi da Norvegia, Regno Unito, Algeria, Kazakistan, Azerbaigian e Americhe, garantendo la continuità operativa fino a ottobre.
Prezzi del petrolio e diversificazione dei fornitori
Secondo l’analista senior June Goh di Sparta Commodities, le raffinerie devono cercare alternative al greggio arabo, ma non tutti i tagli di petrolio sono equivalenti. La difficoltà nel reperire volumi di qualità simile comporta costi aggiuntivi e possibili adeguamenti tecnici. Nel frattempo, il prezzo del Brent ha superato i 113 dollari al barile, spinto dall’incertezza sull’offerta globale.
Prospettive di ripristino e scenari futuri
Le autorità saudite hanno dichiarato il 16 settembre di attendersi il recupero di circa la metà della capacità del Petroline nei prossimi giorni. Tuttavia, analisti di Kpler avvertono che la completa riparazione delle stazioni di pompaggio potrebbe richiedere fino a sei settimane. Nel frattempo, è stato attivato un bypass temporaneo intorno al tratto danneggiato, consentendo un flusso limitato.
Le scorte di Yanbu ammontano a circa 9 000 barili, mentre quelle delle raffinerie della costa occidentale a 16,5 mila barili, sufficienti rispettivamente per tre e nove giorni di operatività. Se il flusso non dovesse essere ripristinato in tempi brevi, l’Europa potrebbe subire un ulteriore aumento dei prezzi dei carburanti, con potenziali ricadute inflazionistiche.
Finché il Petroline non tornerà a pieno regime, quello che oggi sembra un problema logistico locale rischia di trasformarsi in una vera e propria stretta per le raffinerie europee, testando la resilienza delle politiche energetiche dei governi continentali.
