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Chat sessiste tra dipendenti ATM, il racconto choc della 26enne: "Lo trovo spaventoso"

Chat sessiste tra dipendenti ATM, il racconto choc della 26enne: "Lo trovo spaventoso"

Le chat sessiste dei dipendenti ATM a Milano: il caso raccontato dalla 26enne al Corriere della Sera dopo la scoperta choc e la denuncia.

La denuncia, riportata dal Corriere della Sera, è stata presentata da una 26enne che racconta di aver scoperto, durante un viaggio in tram a Milano, una chat WhatsApp in cui un lavoratore ATM avrebbe condiviso e commentato in modo sessista immagini provenienti da telecamere di sorveglianza. Secondo la sua testimonianza, le foto riguarderebbero donne riprese senza consenso e diffuse all’interno di una chat privata.

Sul caso sono in corso accertamenti ed è intervenuto anche il sindaco Beppe Sala.

Il fenomeno più ampio: videosorveglianza, privacy e diffusione non consensuale di immagini

Il caso si inserisce in un quadro più ampio che riguarda la gestione impropria di immagini e video, spesso provenienti da sistemi di videosorveglianza o dispositivi personali, e la loro eventuale diffusione senza consenso.

In Italia queste condotte possono integrare violazioni della normativa sulla protezione dei dati personali (GDPR) e, a seconda dei casi, configurare illeciti o reati legati al trattamento non autorizzato di informazioni e alla lesione della privacy delle persone coinvolte. Negli ultimi anni sono emersi diversi episodi in cui materiali registrati in contesti pubblici o semi-pubblici sono stati estratti e condivisi in chat o gruppi online, spesso con dinamiche che ne facilitano la circolazione in ambienti chiusi e difficili da monitorare.

Il tema evidenzia una questione strutturale: i sistemi di videosorveglianza, pensati per aumentare la sicurezza dei cittadini, possono diventare vulnerabili se l’accesso ai dati non è gestito correttamente o se viene utilizzato in modo improprio. Per questo, negli anni, enti e aziende di trasporto hanno rafforzato protocolli interni, controlli sugli accessi e sistemi di tracciabilità, mentre il dibattito pubblico resta concentrato sul rapporto tra sicurezza, uso dei dati e tutela della dignità delle persone riprese.

Scopre le chat sessiste dei dipendenti ATM e denuncia: il racconto choc della 26enne

È l’intervista pubblicata dal Corriere della Sera a raccontare la posizione della 26enne, producer freelance, che durante un viaggio in tram a Milano afferma di aver notato sul telefono di un uomo un gruppo WhatsApp dal nome “Ticinese Staff”. La ragazza spiega che si sarebbe accorta subito di un contenuto sospetto: «Purtroppo o per fortuna, dallo schermo mi è subito balzata all’occhio un’immagine scattata dalle telecamere di sorveglianza». Si trattava, secondo il suo racconto, di «una foto ingrandita dei glutei di una ragazza», accompagnata dal messaggio: «È il mio dolce per voi».

Proseguendo nel suo racconto, riferisce di aver continuato a osservare l’attività del gruppo, spiegando: «Il lavoratore Atm usciva ed entrava dalla chat» e che non le è stato possibile vedere i messaggi precedenti, ma ha notato ulteriori contenuti nella galleria condivisa: «Lì ho notato che tra i tanti media che si erano scambiati, c’erano altre immagini prese dalle telecamere di sorveglianza».

Infine ribadisce la sua percezione della situazione e il senso di insicurezza: «Qualsiasi donna o ragazza che viaggia da sola sui mezzi pubblici di notte cerca protezione nei lavoratori, forse vuole un posto vicino al conducente e si tranquillizza al sapere che ci sono delle telecamere di sorveglianza che dovrebbero rendere un luogo sicuro. In realtà, poi si scopre che gli stessi lavoratori impiegati in enti pubblici usano quelle telecamere per diffondere immagini intime. Lo trovo spaventoso».

Sulla base della testimonianza è stata avviata una denuncia e sono in corso accertamenti sul caso. La giovane, infatti, spiega la decisione di procedere proprio per la portata del fenomeno: «Nessuna ragazza dovrebbe trovarsi in una chat del genere senza saperlo. Denunciare significa aumentare la consapevolezza sul fenomeno. Mi terrorizza il solo pensiero che questi episodi possano essere normalizzati: scoppia il caso e se ne parla, ma alla fine non si fa niente».

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