Un giudice del North Dakota ha condannato Greenpeace a pagare 345 milioni di dollari a Energy Transfer per i danni legati alle proteste contro la costruzione dell’oleodotto Dakota Access. Le mobilitazioni — che videro tra i protagonisti attivisti ambientali e membri della tribù sioux di Standing Rock preoccupati per l’acqua e i siti sacri — sfociarono in una lunga disputa legale. Le carte del processo ricostruiscono le richieste risarcitorie, le deposizioni e i punti chiave che hanno alimentato il contenzioso tra le parti.
Cosa dicono gli atti processuali
Negli atti depositati Energy Transfer quantificò le perdite non solo in termini economici, ma anche di immagine. Tra le memorie e le deposizioni emergono comunicazioni tra manifestanti e terze parti e accuse di campagne mediatiche coordinate volte a ostacolare i lavori. Greenpeace ha respinto le imputazioni: la difesa ha messo in dubbio l’entità dei danni e ha rivendicato la legittimità della protesta civile e della libertà di espressione.
Come si è sviluppata la controversia
Le proteste contro il Dakota Access si susseguirono in più ondate, attirando attenzione nazionale e internazionale. Manifestazioni, blocchi dei cantieri e presidi sono documentati nei verbali, così come le denunce presentate da Energy Transfer per interruzione delle attività e danni materiali. Da lì nacquero le cause civili che hanno attraversato diverse fasi processuali fino alla sentenza del tribunale del North Dakota.
Chi sono i protagonisti
Da una parte Energy Transfer, proprietaria dell’infrastruttura; dall’altra Greenpeace, tra le ONG ambientaliste più note a livello globale. Alle azioni hanno partecipato anche attivisti indipendenti e membri della comunità di Standing Rock. I fascicoli mostrano il coinvolgimento di consulenti legali e periti incaricati di stimare le perdite, oltre alla presenza di osservatori per i diritti civili che hanno monitorato le fasi più controverse.
La sentenza e la riduzione dell’importo
Lo scorso anno la giuria aveva assegnato a Energy Transfer oltre 660 milioni di dollari; il giudice James Gion ha poi ridotto l’importo a 345 milioni (circa 292 milioni di euro, secondo i calcoli contenuti negli atti). La decisione di ridurre il risarcimento si fonda su considerazioni tecniche relative alla quantificazione del danno e alla responsabilità concorrente. L’ordinanza ufficiale era attesa per il 24 febbraio e, una volta depositata, è probabile che entrambe le parti presentino ricorso.
Posizioni contrapposte
Energy Transfer contesta la diminuzione e continua a sostenere che l’intervento di Greenpeace fu mirato a bloccare i lavori: secondo l’accusa sarebbero stati reclutati manifestanti “professionisti”, usati strumenti per impedire le operazioni e diffuse informazioni tecniche sui cantieri. Greenpeace respinge queste ricostruzioni, definendo la causa una forma di lawfare pensata per intimidire le campagne ambientaliste; la strategia difensiva prevede nuovi ricorsi e la presentazione di ulteriori prove.
Impatto su Greenpeace e sul movimento ambientalista
La condanna espone l’organizzazione a problemi concreti sul piano finanziario e operativo: secondo i documenti, Greenpeace non disporrebbe di liquidità o di asset facilmente liquidabili per far fronte a una cifra così elevata. I vertici legali hanno annunciato l’intenzione di chiedere un nuovo processo o, in alternativa, di ricorrere alla Corte suprema dello Stato. Se la sentenza venisse confermata, potrebbe creare un precedente che scoraggi certe forme di protesta collettiva, con ricadute sulle campagne future.
Rischi legali e strategie future
Un verdetto definitivo potrebbe condurre a sanzioni finanziarie significative per le organizzazioni che organizzano azioni di massa. Per questo la difesa di Greenpeace punta a impugnare la quantificazione del danno e a sollevare questioni procedurali. Il contenzioso potrebbe quindi concentrarsi soprattutto sugli aspetti economici della causa nei prossimi gradi di giudizio.
Il contesto di Standing Rock
Le proteste nascono dalla preoccupazione per la sicurezza delle risorse idriche e per la sovranità territoriale della comunità di Standing Rock. Migliaia di persone si radunarono per bloccare i cantieri e richiamare l’attenzione sui potenziali danni ambientali e sulla perdita di luoghi culturali. Le manifestazioni provocarono scontri con le autorità e arresti di massa, e portarono il progetto al centro del dibattito nazionale su infrastrutture energetiche e diritti indigeni.
Metodi di protesta e conseguenze
Oltre a presidi e blocchi, alcune campagne adottarono azioni simboliche e di forte impatto mediatico per tenere alta l’attenzione pubblica. Queste tattiche aumentarono però anche l’esposizione a procedimenti amministrativi e penali. Il bilancio è ambivalente: da un lato una pressione efficace sui decisori, dall’altro maggiori rischi legali per i partecipanti e le organizzazioni che li sostengono.
Cosa dicono gli atti processuali
Negli atti depositati Energy Transfer quantificò le perdite non solo in termini economici, ma anche di immagine. Tra le memorie e le deposizioni emergono comunicazioni tra manifestanti e terze parti e accuse di campagne mediatiche coordinate volte a ostacolare i lavori. Greenpeace ha respinto le imputazioni: la difesa ha messo in dubbio l’entità dei danni e ha rivendicato la legittimità della protesta civile e della libertà di espressione.0