Una donna di 55 anni, identificata con il nome di fantasia Libera, affetta da sclerosi multipla e paralizzata dal collo in giù, si è avvalsa del suicidio assistito ricorrendo a un macchinario che le ha permesso di attivare l’infusione letale con il solo movimento degli occhi. Dopo un iter durato circa due anni, la soluzione tecnica ideata appositamente ha reso possibile l’autosomministrazione nella sua abitazione, segnando un passaggio complesso tra diritto, tecnologia e cura.
Il percorso giudiziario e sanitario che ha preceduto la scelta
Il cammino che ha portato all’esecuzione dell’atto è passato per verifiche di idoneità e contenziosi tra le parti coinvolte. La paziente aveva ottenuto l’idoneità alla pratica già nel 2026, ma la sua condizione di totale immobilità sollevava dubbi su come assicurare l’autonomia richiesta dalla normativa e dalla giurisprudenza. Inizialmente la richiesta di un supporto tecnico non era stata accolta dalla struttura sanitaria di competenza, con conseguenti confronti legali che hanno coinvolto i legali della famiglia e le istituzioni competenti fino alla necessità di un intervento dei giudici.
La decisione della Corte e l’indicazione di soluzioni pratiche
Di fronte alla difficoltà pratica del caso, la questione è approdata ai livelli istituzionali, con la Corte costituzionale che ha richiamato l’esigenza di garantire la possibilità di esercitare il diritto evitando l’intervento diretto di terze persone che altererebbe la natura della procedura. L’attenzione si è quindi spostata sul trovare un modo per consentire alla paziente di compiere l’atto in piena autonomia, secondo i parametri richiesti dalla legge e dalla giurisprudenza.
Progettazione e realizzazione del dispositivo
Per soddisfare il requisito dell’autonomia è stato progettato un dispositivo specifico: un macchinario che consente di attivare l’infusione del farmaco mortale tramite il controllo oculare. Il tribunale ha affidato la realizzazione a un ente di ricerca pubblico, incaricato di sviluppare una soluzione tecnica aderente alle esigenze cliniche e legali del caso. La costruzione del macchinario ha richiesto tempo e competenze multidisciplinari, con la necessità di garantire affidabilità, sicurezza e conformità alle indicazioni fornite dai giudici e dai medici curanti.
Test, proroghe e consegna
Nel corso della fase di messa a punto il dispositivo è stato sottoposto a collaudi, tra cui una prova preliminare con soluzione fisiologica per verificarne il funzionamento senza somministrare il farmaco. Dopo una proroga dei tempi necessaria per completare gli aggiustamenti tecnici, il macchinario è stato infine consegnato e la paziente ha potuto effettuare una prova finale che ha confermato la possibilità di procedere in autonomia. La somministrazione è avvenuta nella sua abitazione, come era stato stabilito per tutelare la sua dignità e la volontà espressa.
Il significato del caso e il messaggio finale
La donna identificata come Libera è la quattordicesima persona in Italia ad accedere al suicidio medicalmente assistito e la seconda in Toscana seguita dall’Associazione Luca Coscioni. Prima di morire ha voluto lasciare un messaggio in cui ha richiamato l’attenzione sulla durata del percorso: con forza ha sperato che nessuno debba più attendere due anni per esercitare un diritto. Ha ricordato la fatica della lotta personale e ha parlato di dignità, auspicando che il riconoscimento di questo tipo di scelta diventi un principio rispettato senza dover essere conquistato tramite lunghi processi.
Implicazioni pratiche e riflessioni
La vicenda solleva interrogativi sulla necessità di procedure più rapide e di soluzioni tecnologiche accessibili per garantire il diritto all’autodeterminazione anche a chi è gravemente disabile. L’esempio mostra come l’incontro tra diritto, medicina e ricerca pubblica possa produrre risposte concrete, ma evidenzia anche ritardi e barriere organizzative che chiamano a riflettere sulle politiche sanitarie. Per molti osservatori il caso rappresenta un punto di svolta nella discussione pubblica sulle modalità con cui assicurare, in sicurezza e con rispetto della legge, la possibilità di decidere sul proprio fine vita.