La Corte d’Assise di Milano ha emesso una sentenza nei confronti di Marek Konrad Daniec 43 anni, autista polacco, condannandolo a 10 anni di reclusione per il reato di omicidio preterintenzionale. La vittima è la sua compagna, Hanna Herasimchyk 46 anni, ex ballerina bielorussa: il suo cadavere fu rinvenuto in un appartamento a Pozzuolo Martesana il 13 giugno 2026.
Il percorso processuale ha visto l’imputazione iniziale per omicidio volontario, l’arresto nel e successivi sviluppi, tra cui una perizia medico legale che ha sollevato dubbi sulla causa della morte. Nel corso del giudizio la pubblica accusa ha chiesto la riqualificazione del reato in omicidio preterintenzionale, con una richiesta di pena pari a 12 anni; la Corte, presieduta dai giudici togati Antonella Bertoja e Sofia Fioretta ha accolto la richiesta della Procura, infliggendo una condanna leggermente inferiore.
Le motivazioni medico-legali e il cambio della misura cautelare
Nel processo ha giocato un ruolo centrale la perizia disposta dalla Corte che ha valutato gli esami compiuti sul corpo della vittima. Il consulente nominato, Giorgio Alberto Croci ha indicato come possibile causa del decesso una miocardite una patologia cardiaca che può portare a un arresto cardiocircolatorio improvviso.
Questa valutazione ha prodotto conseguenze immediate sull’assetto cautelare: a fine febbraio l’uomo è stato scarcerato e posto agli arresti domiciliari, misura cautelare sostitutiva decisa dopo un’istanza difensiva.
Gli avvocati difensori, Elisa Marabelli e Lorenzo Puglisi avevano depositato la richiesta alla luce degli esiti della perizia, sostenendo che le analisi non permettevano di affermare con certezza che la morte fosse dovuta a un soffocamento o a un neck compression causata da una terza persona. La Corte ha quindi ritenuto giustificato il mutamento della misura, pur mantenendo un provvedimento cautelare nei confronti dell’imputato.
Ricostruzione dell’accusa e valutazione del dolo
La pubblica accusa, rappresentata dalla pm Francesca Crupi ha chiesto la riqualificazione del capo di imputazione perché, secondo l’accusa, non vi erano elementi per provare il dolo omicidiario oltre ogni ragionevole dubbio. Nella requisitoria la pm ha sostenuto che l’azione dell’imputato sarebbe stata comunque idonea a causare la morte, andando oltre le intenzioni e determinando conseguenze fatali prevedibili alla luce della condizione di salute della donna.
Secondo la ricostruzione investigativa dei carabinieri del Nucleo investigativo di Milano, la vicenda sarebbe nata da una serie di litigi culminati in un episodio di violenza: l’uomo l’avrebbe aggredita e picchiata, la donna potrebbe aver battuto la testa e, lasciata a terra, sarebbe poi deceduta anche a causa della patologia cardiaca. La pm ha sottolineato che “lui sapeva” delle fragilità della compagna e che, sebbene la morte non fosse voluta, era comunque prevedibile in conseguenza dell’azione violenta.
Riconoscimento dei danni alla famiglia
La sentenza ha stabilito anche provvisionali a carico dell’imputato per i familiari della vittima. Sono stati concessi 70.000 euro complessivi per i due fratelli di Hanna e 100.000 euro per la madre. Le parti civili sono state assistite dall’avvocata Giulia Rossini che ha seguito la procedura risarcitoria nel corso del dibattimento.
La decisione sarà motivata nei dettagli e depositata nei prossimi 90 giorni come previsto dalla normativa. Le motivazioni chiariranno in particolare il bilanciamento tra le evidenze medico-legali e gli elementi indiziari raccolti durante le indagini e l’istruttoria dibattimentale.
La vicenda, che unisce aspetti medici, investigativi e processuali, rimane complessa: il pronunciamento della Corte ha trasformato l’impianto accusatorio iniziale, ma ha comunque ritenuto sussistente una responsabilità penale significativa per la morte di Hanna, con conseguenze sia penali sia civili per l’imputato.
