> > Truffa per un posto a Harvard: la morte di Laiba Ijaz a Islamabad

Truffa per un posto a Harvard: la morte di Laiba Ijaz a Islamabad

Truffa per un posto a Harvard: la morte di Laiba Ijaz a Islamabad

Il racconto della famiglia Ijaz di Islamabad: la figlia 24enne, la promessa di ammissione a Harvard, i milioni versati a un presunto agente e la scoperta del suo corpo il 9 ottobre. La vicenda ha visto l'arresto e la successiva morte di Muhammad Noman e il recupero parziale di fondi da parte delle autorità.

Nel cuore del quartiere G-10 di Islamabad una piccola attività familiare, il Rana Malik Center, è al centro di una storia che mescola aspirazioni accademiche, raggiri finanziari e una morte tragica. Rana Muhammad Ijaz, proprietario del negozio di latticini e residente nell’appartamento soprastante da più di tre decenni, ricorda la quotidianità semplice spezzata dalla perdita della figlia minore, Laiba Ijaz, trovata senza vita il 9 ottobre.

La famiglia aveva riposto grandi speranze nel progetto di studi all’estero di Laiba, 24 anni, laureata in fisica e medaglia d’oro all’International Islamic University Islamabad (IIUI). Queste aspettative hanno portato i genitori a vendere beni di famiglia e a versare somme ingenti a un intermediario che promise di assicurare l’ammissione a Harvard University.

Pagamenti, documenti apparentemente autentici e la scoperta della frode

Secondo il racconto dei familiari, la vicenda iniziò dopo che Laiba incontrò Muhammad Noman in un ambiente lavorativo a Blue Area, il distretto degli affari della capitale. Noman si presentò come impiegato del Supreme Court e mostrò un tesserino che la famiglia giudicò autentico. Le somme versate dall’inizio del percorso furono effettuate in diverse tranche: la prima, di 2.2 milioni di rupie (circa $7,900), per presunte tasse universitarie; successivamente la richiesta salì a 7.2 milioni di rupie (circa $25,900) come quota necessaria per dimostrare la disponibilità finanziaria richiesta dall’ateneo.

Documenti consegnati alla famiglia in late September sembravano confermare l’iter: lettere di offerta e di borsa di studio intestate a Harvard, un modulo di immigrazione con timbro, un’affidavit di sponsorizzazione da New York, una registrazione dell’ambasciata con la foto di Laiba e perfino un biglietto aereo verso Boston. Inizialmente questi elementi convinsero i genitori della legittimità della pratica.

La smentita del viaggio e la verità emersa

Nei primi giorni di ottobre la famiglia iniziò a sentirsi insospettita. Un agente di viaggio verificò che il biglietto per Boston era contraffatto e un avvocato vicino di casa concluse che l’intero fascicolo era falso. La scoperta della frode, avvenuta attorno al 6 ottobre, devastò la famiglia: molti beni erano già stati ceduti per raccogliere le somme richieste, inclusi terreni e gioielli.

La morte di Laiba il 9 ottobre e le indagini successive

La mattina del 9 ottobre Laiba uscì di casa dopo aver ricevuto un messaggio dall’uomo che la famiglia riteneva l’aveva ingannata. Meno di due ore dopo, verso le 15:30, parenti e congiunti la trovarono priva di vita in un’area vicino all’abitazione. I parenti, tra cui Zaid bin Afzal, chiamarono immediatamente le forze dell’ordine.

Le indagini iniziali hanno indicato che la causa della morte potrebbe essere stato un suicidio, basandosi su prime risultanze postmortem e su riprese che mostrerebbero Laiba uscire da sola con il telefono in mano. Tuttavia, la famiglia respinge con fermezza questa ipotesi: per i congiunti “lei non poteva averlo fatto da sola” e accusano direttamente Noman della morte.

Arresto dell’accusato e la sua uccisione in custodia

Le autorità arrestarono Muhammad Noman due giorni dopo il ritrovamento del corpo. Mentre era sotto custodia, Noman fu raggiunto da colpi di arma da fuoco il 20 ottobre durante un’operazione che le forze definiscono un tentativo di liberarlo da parte di complici su due motociclette; Noman morì mentre veniva trasportato per le cure. Il giorno successivo, il 21 ottobre, il ministro dell’Interno Mohsin Naqvi consegnò alla famiglia oltre 5 milioni di rupie (circa $18,000) ritenute recuperate dalle risorse sequestrate a Noman.

Nonostante il denaro riconsegnato, per i Ijaz la restituzione economica non riporta indietro Laiba: il valore affettivo e la perdita personale restano predominanti rispetto al risarcimento materiale. Le autorità criminali e la Federal Investigation Agency (FIA) hanno aperto indagini su più fronti, inclusa la prassi delle agenzie di consulenza per studi all’estero, segmento non regolamentato che secondo attori del settore facilita abusi.

Il caso solleva questioni su come vengano verificate le pratiche di ammissione e su chi possa esercitare come consulente per studi esteri: la mancanza di un elenco ufficiale di agenti regolamentati ha reso possibile, secondo osservatori, che individui non registrati offrano servizi con garanzie inesistenti. Per la famiglia Ijaz, intanto, resta il desiderio di verità piena su cosa sia accaduto alla giovane vincitrice di una medaglia d’oro universitaria, il cui sogno di studiare all’estero si è trasformato in tragedia.

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