Il 19 luglio scorso, nella zona di via Svevo al Pilastro di Bologna, è stato trovato privo di vita il cittadino tunisino Abderrahim Fakir, 42 anni. L’intervento, scatenato da segnalazioni di agitazione da parte dei vicini, ha sollevato numerosi interrogativi sulla reale dinamica del decesso e sulla condotta delle forze dell’ordine e dei soccorritori.
Le tre concause identificate dalla consulenza tecnico-medica
La relazione redatta dai consulenti dei pm di Bologna, lunga quasi 300 pagine, non individua una singola causa letale, ma tre fattori concorsuali che, combinati, hanno condotto all’insufficienza respiratoria acuta di Fakir.
Intossicazione da cocaina e gravissima cardiopatia
Gli esami tossicologici hanno confermato la presenza di cocaina in grado di innescare un’ipertensione e un aumento del consumo di ossigeno.
Il soggetto era inoltre affetto da una severa cardiopatia, condizione cronica che riduceva drasticamente la riserva fisiologica di cuore e polmoni, rendendolo particolarmente vulnerabile a ulteriori stress.
Agitazione psicomotoria e ipertermia
Il comportamento agitato del 42enne, probabilmente potenziato dall’effetto stimolante della cocaina, ha provocato una ipertermia significativa. L’aumento della temperatura corporea ha aumentato il fabbisogno di ossigeno, accentuando la già compromessa capacità respiratoria.
Posizione prona durante il contenimento
Gli agenti intervenuti hanno immobilizzato Fakir a terra in posizione prona, mantenendolo tale per poco più di sei minuti. Tale postura, se combinata con le precedenti condizioni, può ridurre la riserva ventilatoria, contribuendo a un stato di ipossia circa il 15 % di probabilità di sopravvivenza, secondo gli esperti.
Criticità nella gestione dell’emergenza da parte di polizia e soccorritori
La relazione evidenzia anche grave carenza di rispetto dei protocolli sanitari sia da parte del personale di polizia, sia da parte dei soccorritori successivi. Le manovre di contenimento hanno provocato un esteso quadro traumatico di natura contusiva, ma le lesioni non sono state ritenute causa diretta del decesso.
In particolare, le urla catturate dalle body-cam – “È schiattato ah” e “Ca… me ne frega a me” – hanno suscitato indignazione, poiché dimostrano una carenza di controllo emotivo durante operazioni delicate. Nonostante le lesioni al capo, collo e spalle, gli esperti hanno concluso che non vi è stata una compressione del collo capace di ostacolare le vie aeree.
Il rapporto sottolinea inoltre che anche un intervento tempestivo e corretto non avrebbe significativamente migliorato le probabilità di salvataggio, dato che la sopravvivenza era stimata attorno al 15 % a causa delle condizioni fisiologiche preesistenti.
Di fronte a queste considerazioni, la famiglia di Fakir, rappresentata dall’avvocato Fabio Anselmo, ha incaricato il professor Vittorio Fineschi di redigere una consulenza alternativa, sostenendo che la posizione prona abbia avuto un ruolo più determinante rispetto a quanto indicato nella relazione ufficiale.
