Oggi lo scenario è profondamente diverso. I rendimenti obbligazionari sono tornati su livelli che non si vedevano da tempo e, nello stesso momento, i mercati azionari continuano a beneficiare di una crescita degli utili più robusta del previsto. È proprio questa combinazione a rendere meno scontata la tradizionale scelta tra azioni e obbligazioni.
Il primo elemento da considerare è il nuovo livello dei tassi a lungo termine.
Negli ultimi mesi le curve dei rendimenti si sono spostate verso l’alto sia negli Stati Uniti sia in Europa. Dietro questo movimento non c’è soltanto la politica monetaria. Pesano anche deficit pubblici più elevati, maggiori emissioni di titoli di Stato e una minore presenza delle banche centrali sul mercato rispetto agli anni delle politiche ultra-espansive.
In altre parole, sul mercato arriva più carta e la domanda deve assorbire quantitativi crescenti di debito. Questo contribuisce a mantenere elevati i rendimenti richiesti dagli investitori e rende meno probabile, almeno nel breve periodo, un ritorno generalizzato ai livelli estremamente bassi del passato.
A questa dinamica si aggiunge il forte sviluppo del debito societario.
I grandi gruppi tecnologici stanno finanziando investimenti sempre più importanti in infrastrutture digitali, semiconduttori, reti elettriche e data center. L’intelligenza artificiale non è soltanto una storia di Borsa: richiede enormi quantità di capitale e sta contribuendo ad aumentare l’offerta di obbligazioni corporate.
Per chi investe nel reddito fisso significa avere maggiori opportunità, ma anche la necessità di essere più selettivo. Rendimenti nominali interessanti non significano automaticamente che convenga allungare molto le scadenze. Se l’inflazione dovesse rimanere più persistente del previsto, la parte lunga delle curve potrebbe continuare a essere volatile. In questa fase, quindi, una duration più contenuta può offrire maggiore protezione rispetto a portafogli eccessivamente esposti alle scadenze lunghe.
Il secondo grande tema riguarda proprio l’inflazione. La globalizzazione degli ultimi decenni aveva contribuito a comprimere i prezzi. Oggi alcune di quelle forze stanno cambiando direzione. Il ritorno di produzioni strategiche nei Paesi occidentali, gli investimenti nella transizione energetica, le tensioni geopolitiche e la crescita della domanda di energia legata alle nuove tecnologie possono mantenere il livello dei prezzi strutturalmente più elevato rispetto al passato.
Questo scenario non è necessariamente negativo per le Borse. Il punto centrale resta la capacità delle imprese di aumentare ricavi e profitti. Negli ultimi trimestri le aspettative sugli utili sono state progressivamente riviste al rialzo e questo ha permesso ai mercati azionari di assorbire meglio l’aumento del costo del capitale.
Le valutazioni restano elevate in diversi segmenti, soprattutto negli Stati Uniti, ma il quadro è diverso rispetto alle grandi bolle speculative del passato: oggi molti dei rialzi sono accompagnati da utili effettivamente in crescita. Ciò non elimina il rischio di correzioni, ma rende più importante distinguere tra mercati costosi perché sostenuti da aspettative e mercati costosi perché sostenuti da risultati concreti.
Anche le valute potrebbero diventare un fattore decisivo nei prossimi mesi. Il dollaro continua a beneficiare di rendimenti relativamente elevati e del suo ruolo centrale nel sistema finanziario internazionale. Sul fronte opposto, eventuali cambiamenti nella politica monetaria giapponese potrebbero rafforzare lo yen e ridurre la convenienza di alcune strategie finanziate negli anni attraverso il basso costo del denaro in Giappone.
Per l’investitore, quindi, il vero tema non è scegliere definitivamente tra azioni e obbligazioni. Il nuovo scenario suggerisce piuttosto un equilibrio più dinamico. I bond sono tornati a offrire rendimento e possono svolgere nuovamente un ruolo importante nei portafogli, mentre le azioni mantengono interesse se la crescita economica e quella degli utili continueranno a sorprendere positivamente.
La discriminante sarà proprio questa: finché crescita e profitti riusciranno a convivere con tassi più elevati, i mercati azionari potranno continuare a trovare sostegno. Se invece inflazione, debito pubblico o rallentamento economico dovessero diventare dominanti, la ricerca di rendimento potrebbe lasciare spazio alla ricerca di protezione. In un mercato così, più che indovinare una singola asset class, conterà costruire portafogli capaci di adattarsi rapidamente ai cambiamenti.
