Quattro giovani braccianti migranti, originari del Pakistan e dell’Afghanistan, sono stati uccisi bruciati vivi mentre rientravano dal lavoro nei campi nel Cosentino. Vivevano in condizioni di forte precarietà abitativa e lavorativa, inseriti in un sistema di sfruttamento legato al lavoro agricolo stagionale e al caporalato. La loro vicenda mette in luce la vulnerabilità di molti lavoratori stranieri, spesso privi di tutele, costretti a ritmi estenuanti e a situazioni di grave marginalità sociale.
Vita quotidiana, lavoro e sfruttamento nei campi di Villapiana
La vita dei braccianti sarebbe stata segnata da ritmi durissimi e condizioni abitative precarie. In un piccolo appartamento al primo piano di via Gramsci a Villapiana convivevano fino a dieci persone in due stanze, con materassi a terra e pochi mobili essenziali. Lavoravano nei campi per circa otto ore al giorno, con partenza all’alba e rientro nel pomeriggio, spesso dopo lunghi trasferimenti in minivan.
Per l’alloggio, secondo le testimonianze al Corriere, venivano richiesti 500 euro mensili, divisi tra tutti gli occupanti e sottratti direttamente dai salari, a cui si aggiungevano spese per vitto e documenti.
Alcuni residenti ricordano il loro comportamento come rispettoso e generoso: «Bravissimi ragazzi che uscivano la mattina e tornavano la sera», raccontano i vicini, mentre altri sottolineano come uno di loro fosse solito portare frutta ai bambini del quartiere.
Un’abitudine che si inseriva in un rapporto di scambio umano con la comunità locale, nonostante la durezza della loro condizione. Lavoravano anche nelle campagne di Scansano, vivendo una quotidianità scandita da fatica, spostamenti continui e precarietà abitativa, in un contesto segnato da forte sfruttamento e vulnerabilità sociale.
Braccianti bruciati vivi ad Amendolara: chi erano le vittime
Erano tutti molto giovani i quattro braccianti morti nel rogo avvenuto nei pressi di Amendolara, mentre rientravano dopo una giornata di lavoro nei campi. Le vittime sono il pachistano Waseem Khan (29 anni) e gli afghani pashtun Amin Fazal Khogjani (28), Ullah Ismat Qiemi (19) e Safi Iayjad (27). Secondo quanto ricostruito dagli investigatori, si trovavano a bordo di un minivan fermo a un distributore di carburante quando è divampato l’incendio che non ha lasciato scampo. L’identificazione è stata possibile grazie ai documenti rinvenuti nell’abitazione condivisa a Villapiana, dove vivevano insieme ad altri migranti.
Le indagini hanno portato al fermo di due cittadini pakistani, Safeer Ahmed e Ali Raza, entrambi di 31 anni, accusati di omicidio plurimo e aggravato. Dalle telecamere di sorveglianza emerge una dinamica precisa: movimenti attorno al mezzo, il tentativo di impedire l’uscita dei passeggeri e poi l’incendio improvviso. Il procuratore di Castrovillari ha definito il fatto «gravità inaudita sia per oggettività, 4 morti, che per le modalità», sottolineando la rapidità della ricostruzione investigativa. Anche la presidente del Consiglio ha commentato l’accaduto parlando di «orribile omicidio dei quattro braccianti in Calabria», ribadendo la necessità di fare piena luce sui fatti.