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Come ridurre la dipendenza dal gas senza perdere le filiere europee

Come ridurre la dipendenza dal gas senza perdere le filiere europee

Letizia Magaldi, presidente di Kyoto Club, chiede regole nuove per la transizione: più politica industriale, più accumuli termici e risorse adeguate per il decreto Fer-T.

La transizione energetica non è solo una questione di riduzione delle emissioni: è una sfida industriale e strategica. Letizia Magaldi presidente di Kyoto Club e imprenditrice nel settore degli accumuli termici, mette in guardia sul rischio di sostituire la dipendenza dal gas con una nuova dipendenza tecnologica dall’estero. Per Magaldi, servono regole aggiornate e una politica che tuteli il valore aggiunto prodotto in Europa.

Letizia Magaldi e la sfida della dipendenza dal gas

Secondo Magaldi, il tema chiave è che il gas non è solo combustibile per produrre elettricità: è fondamentale per i processi industriali che richiedono calore. A livello globale, la quota prevalente dei consumi industriali è destinata al calore piuttosto che all’elettricità, e molte industrie — carta, alimentare, farmaceutico, chimica — dipendono ancora da impianti termici alimentati a metano.

L’aumento del prezzo del gas incide quindi direttamente sui costi di produzione e sulla competitività delle imprese europee.

La buona notizia, osserva Magaldi, è che le tecnologie rinnovabili sono oggi molto più competitive rispetto al passato. L’adozione di fotovoltaicopompe di calore e caldaie elettriche può ridurre l’esposizione agli shock internazionali del mercato del gas, a condizione che la transizione sia accompagnata da investimenti e regole volte a preservare le filiere industriali europee.

Decreto Fer-T: risorse annunciate e dotazione attuale

Un punto centrale del dibattito riguarda il decreto Fer-T pensato per sostenere la produzione di calore da fonti rinnovabili. Magaldi denuncia una riduzione significativa delle risorse: rispetto agli iniziali 700 milioni di euro annunciati, nella bozza circolante la dotazione scende a soli 60 milioni. Questa contrazione, secondo l’imprenditrice, è insufficiente per un settore che incide sulla competitività industriale e sulla sicurezza energetica nazionale.

Perché il calore industriale merita attenzione

Il calore rappresenta una quota rilevante dei consumi industriali e il suo ridimensionamento negli stanziamenti pubblici rischia di rallentare l’elettrificazione dei processi produttivi. Magaldi auspica che una parte consistente delle risorse venga destinata all’elettrificazione del calore industriale così da incentivare l’adozione di tecnologie già disponibili e ridurre la dipendenza dal gas.

Accumuli termici e costruzione di filiere resilienti

Tra le tecnologie strategiche indicate da Magaldi ci sono gli accumuli termici. La sua azienda ha sviluppato sistemi in grado di immagazzinare energia rinnovabile e rilasciarla sotto forma di calore e vapore per i processi industriali, utilizzando materiali comuni come acciaio e sabbia silicea. Questo riduce l’esposizione alle materie prime critiche e permette di coprire una domanda di temperatura frequentemente richiesta dall’industria, nella fascia tra 150 e 350 gradi.

Gli accumuli termici non competono con le batterie elettrochimiche destinandosi a ruoli differenti e complementari: le prime forniscono energia termica per processi industriali, le seconde si concentrano sull’accumulo di elettricità. La presenza in Europa di competenze e di una filiera nelle tecnologie per il calore — pompe di calore, caldaie elettriche, batterie termiche — rappresenta un patrimonio industriale da tutelare con politiche adeguate.

Politica industriale europea e gare competitive

Magaldi non è contraria alla concorrenza e alle aste competitive ma mette in guardia dal confinare la competizione al solo parametro del prezzo. Per lei è fondamentale premiare il valore aggiunto creato sul territorio europeo: occupazione, trasferimento tecnologico e sicurezza delle filiere. Solo così si evita di ricreare dipendenze strategiche dall’estero per pannelli solari, batterie e altri componenti fondamentali della transizione.

La discussione non è se proteggere a ogni costo la produzione locale, ma come calibrare le regole affinché la scelta di una tecnologia tenga conto dell’intera catena del valore. Anche qualora un componente prodotto in Europa costi qualche punto percentuale in più, occorre valutare l’impatto sul costo complessivo dell’impianto e il valore industriale che resta nel Paese.

Per Magaldi la soluzione non è rinunciare a produrre: si può accogliere investimento estero se questo comporta insediamenti produttivi, assunzione di lavoratori locali e trasferimento di competenze. In questo quadro, una politica industriale europea più decisa e coordinata può favorire la diffusione commerciale delle tecnologie fino a far crescere imprese competitive a livello globale.

Senza questi elementi, l’Europa rischia di vincere la sfida della decarbonizzazione ma di perdere quella della produzione e della competitività.

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