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Dl sicurezza: polemica sui compensi agli avvocati che promuovono i rimpatri

Dl sicurezza: polemica sui compensi agli avvocati che promuovono i rimpatri

La previsione di un premio per gli avvocati che agevolano i rimpatri volontari ha provocato la dura reazione del Consiglio forense e delle camere penali: il testo, approvato al Senato, deve essere convertito in legge entro la prossima settimana

Il dibattito attorno al dl sicurezza si è riacceso dopo l’approvazione in Senato di un emendamento che prevede un premio economico per i legali che favoriscono il rimpatrio volontario degli stranieri. La norma, inserita nell’ultima fase dell’iter parlamentare, ha raccolto critiche trasversali e aperto un confronto serrato tra maggioranza, opposizioni e istituzioni dell’avvocatura.

La vicenda, riportata il 19/04/2026, obbliga il governo ad accelerare: il decreto dovrà infatti essere convertito in legge entro la prossima settimana per non decadere.

Al centro della controversia c’è non solo il merito della misura ma anche il ruolo attribuito al Consiglio nazionale forense, indicato nel testo come ente coinvolto nella gestione della procedura.

L’ordine professionale sostiene di non essere stato informato e di non riconoscersi in compiti che, a suo avviso, esulano dalle competenze istituzionali della categoria. Sullo sfondo si consumano tensioni politiche e valutazioni pratiche circa l’applicabilità della norma.

Il nodo dell’emendamento e i compensi

L’emendamento contestato introduce un meccanismo che prevede un compenso a favore dell’avvocato che segue la pratica di rinuncia alla protezione e assiste il migrante nel ritorno volontario nel Paese d’origine.

Secondo i testi presentati, il contributo previsto ammonta a 615 euro per pratica, cifra che ha immediatamente alimentato il dibattito sul valore etico e professionale di questa tipologia di incentivo. I promotori sostengono che si tratti di uno strumento per razionalizzare e velocizzare i rimpatri, mentre i critici lo vedono come un incentivo che potrebbe comprimere la libertà di scelta del beneficiario e alterare la funzione di tutela della difesa.

Proponenti e argomentazioni

Dietro l’emendamento c’è il senatore Marco Lisei di Fratelli d’Italia, che ha spiegato come la norma voglia ampliare le possibilità per gli avvocati di essere retribuiti per l’attività di assistenza nei rimpatri volontari, oggi in gran parte svolta a titolo gratuito. Esponenti della maggioranza hanno difeso la scelta ricordando che si tratta di una opzione e non di un obbligo, sottolineando che l’intervento mira a mettere ordine in una materia complessa.

Stime di spesa

Nel testo sono state indicate anche stime economiche: una voce di spesa contenuta ma non irrilevante, con cifre che prevedono un onere stimato in alcune centinaia di migliaia di euro nei prossimi anni. La misura sarebbe finanziata con risorse previste nel quadro del decreto e, secondo i calcoli presentati, dovrebbe incidere in modo limitato sulla finanza pubblica. Tuttavia, per molti l’entità dell’investimento non è il punto centrale: la questione riveste piuttosto aspetti di principio e di equilibrio tra funzioni istituzionali.

La reazione dell’avvocatura e delle opposizioni

La risposta delle camere penali e del Consiglio nazionale forense è stata netta: «non è il nostro compito» hanno dichiarato i rappresentanti, chiedendo la rimozione di qualsiasi riferimento all’ordine professionale dal testo. Il Consiglio ha lamentato di non essere stato consultato né inserito nelle audizioni parlamentari che hanno preceduto l’approvazione dell’emendamento, rivendicando la propria autonomia e le competenze istituzionali.

Posizione istituzionale

Il presidente del Consiglio forense ha puntualizzato che l’istituzione può gestire aspetti amministrativi ma non può assumere ruoli che presuppongono la responsabilità diretta nella promozione dei rimpatri o nell’erogazione di compensi agli avvocati esterni. Da qui la richiesta formale di stralcio delle parti incriminate del decreto e l’apertura a un confronto per rivedere la norma.

Critiche politiche e possibili esiti

Le opposizioni hanno sfruttato la vicenda per rilanciare il loro attacco al pacchetto sicurezza, definito da alcuni «autoritaritario» e in contrasto con i diritti di difesa. Alcuni gruppi parlamentari, pur non vicini politicamente al Consiglio forense, hanno avanzato dubbi sulla legittimità e sulla praticabilità della norma. Dal canto suo, la maggioranza sembra determinata a non tornare indietro: modifiche significative richiederebbero infatti il ritorno del testo al Senato, operazione che difficilmente potrebbe essere sostenuta nei tempi ristretti imposti dalla procedura di conversione.

Il tempo stringe e gli scenari possibili

Con la scadenza per la conversione del decreto sempre più vicina, restano aperti diversi scenari: la norma potrebbe rimanere tale e quale, finendo così in vigore se il dl sarà convertito; oppure potrebbero aprirsi margini di trattativa politica per stralciare i riferimenti all’ordine degli avvocati e riformulare il meccanismo. In alternativa, la mancata conversione porterebbe alla decadenza del provvedimento. Qualunque sarà l’esito, la vicenda ha già messo in luce tensioni rilevanti tra potere politico e istituzioni professionali sul equilibrio tra ordine pubblico, diritti e ruolo della difesa.