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Dl sicurezza, polemica sull'incentivo di 615 euro agli avvocati che spingono al rimpatrio

Dl sicurezza, polemica sull'incentivo di 615 euro agli avvocati che spingono al rimpatrio

Il Dl sicurezza contiene una norma che prevede il coinvolgimento del Consiglio nazionale forense nei programmi di rimpatrio e un compenso di 615 euro: l'ordine smentisce ogni contatto e chiede la cancellazione

Il Dl sicurezza approvato in sede di Senato ha riacceso il dibattito sul rapporto tra politica migratoria e ruolo della professione forense. Nel testo, inserito durante l’esame parlamentare, compare una disposizione che introduce un incentivo economico per gli avvocati che favoriscono il rimpatrio volontario di cittadini extra Ue, collocando il Consiglio nazionale forense tra i soggetti destinatari di compiti organizzativi e di pagamento.

La previsione ha suscitato immediate reazioni: l’istituzione indicata come coinvolta ha fatto sapere di non essere stata preventivamente consultata e ha chiesto la rimozione di ogni riferimento al proprio ruolo. Sullo sfondo restano questioni di ordine costituzionale, deontologico e pratico, oltre alla prospettiva dell’approdo del provvedimento alla Camera per la conversione in legge entro la prossima settimana.

Che cosa contiene la norma

Al centro della controversia c’è l’articolo 30-bis, che autorizza il ministero dell’Interno a stipulare accordi per programmi di ritorno assistito e indica come possibili partner sia organizzazioni internazionali sia soggetti nazionali, tra cui il Consiglio nazionale forense. La disposizione prevede inoltre la corresponsione di somme ai legali che facilitino la scelta del rimpatrio da parte del proprio assistito, introducendo così un meccanismo di incentivazione economica nel rapporto difensore-cliente.

Il meccanismo dei compensi

Secondo il testo emendato, l’incentivo ammonterebbe a circa 615 euro per singola pratica di rimpatrio volontario: una cifra che ha scatenato dubbi perché può generare conflitti di interesse e mettere a rischio l’indipendenza della strategia difensiva. L’iniziativa parlamentare è stata promossa da quattro senatori della maggioranza e inserita nel decreto durante l’esame a Palazzo Madama, senza che risultino contatti ufficiali con l’ente professionale citato.

Le reazioni dell’avvocatura e dell’opposizione

L’annuncio ha provocato una reazione compatta dell’avvocatura organizzata: l’Unione Camere penali, l’Associazione italiana Giovani avvocati e diversi ordini locali hanno espresso forte contrarietà, definendo la misura incompatibile con il mandato del difensore come presidio dei diritti. Sul piano politico, esponenti di Pd, M5S e forze minori hanno denunciato una torsione che può delegittimare l’autonomia professionale e favorire pratiche non trasparenti.

Il pronunciamento del Consiglio nazionale forense

Il CNF ha pubblicato una nota nella quale dichiara di non essere stato informato «né prima né durante né dopo» l’inserimento della norma e chiede che il Parlamento elimini ogni menzione del proprio coinvolgimento. L’atto ufficiale mette in rilievo la non corrispondenza tra le attività previste dall’emendamento e le competenze istituzionali dell’ente, segnalando lo stato di agitazione dell’avvocatura in attesa di modifiche.

Questioni legali e pratiche

Giuridicamente, l’idea di fare sì che un organismo rappresentativo dei legali effettui pagamenti ai singoli iscritti per promuovere il rimpatrio è stata definita da più parti insostenibile: oltre a sollevare profili di incostituzionalità, la previsione risulta difficilmente applicabile sul piano operativo. Esperti e rappresentanti forensi sottolineano il rischio di comprimere il principio dell’autonomia della difesa e di tradire la funzione di garanzia attribuita all’avvocato.

Scenari futuri

Secondo alcune fonti parlamentari, l’intento sarebbe di rimuovere la misura con una norma abrogativa in un provvedimento successivo o di correggerla nelle commissioni alla Camera, per evitare un nuovo passaggio al Senato. Resta però il danno politico: la vicenda potrebbe innescare contenziosi, iniziative formali e ulteriori tensioni tra governo, Parlamento e rappresentanze dell’avvocatura, oltre a sollevare interrogativi sulla trasparenza del percorso legislativo.

In conclusione, la norma contestata apre un confronto che tocca i confini tra politiche migratorie, etica professionale e regole istituzionali. Finché il riferimento al Consiglio nazionale forense e il meccanismo dei compensi non saranno rivisti o cancellati, la previsione rischia di rimanere sul piano della polemica più che su quello dell’effettiva applicabilità.