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Ebola Bundibugyo: cosa sappiamo e come l'Italia sta monitorando i rientri

Ebola Bundibugyo: cosa sappiamo e come l'Italia sta monitorando i rientri

Due pazienti rientrati dall'Uganda sono seguiti al Sacco di Milano; l'OMS ha dichiarato la PHEIC per il focolaio di Ebola Bundibugyo in RDC e Uganda: cosa significa per l'Italia

Negli ultimi giorni il Ministero della Salute ha disposto il monitoraggio sanitario su due persone appena rientrate dall’Uganda, attualmente ricoverate all’ospedale Sacco di Milano per sintomi febbrili. I familiari dei due pazienti sono stati posti sotto sorveglianza e contattati per gli accertamenti necessari, mentre le autorità sanitarie valutano possibili esposizioni o contatti stretti.

Questa attivazione in Italia arriva sullo sfondo di un focolaio internazionale che ha richiamato l’attenzione dell’OMS.

Il 17 maggio 2026 l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha dichiarato l’epidemia da Ebola Bundibugyo in Repubblica Democratica del Congo e in Uganda una PHEIC (emergenza di sanità pubblica di rilevanza internazionale). Al 19 maggio i dati ufficiali registrano oltre 500 casi sospetti, 34 casi confermati e 134 decessi, con concentrazione nella provincia dell’Ituri.

In questo quadro, l’Italia ha attivato misure di sorveglianza sui rientri di cooperanti e personale sanitario.

Il virus Bundibugyo: caratteristiche e limiti delle contromisure

Il ceppo in causa è il Bundibugyo (BDBV), una specie di orthoebolavirus della famiglia Filoviridae che, tra le specie patogene per l’uomo, è storicamente rara. La letalità stimata per BDBV varia tra il 25% e il 50%, inferiore ai picchi estremi di alcuni focolai da ceppo Zaire ma comunque significativa.

Un elemento cruciale è che, a oggi, non esistono vaccini autorizzati né terapie specifiche approvate per Bundibugyo, il che complica la gestione clinica e la risposta sul campo.

Vaccini e terapie disponibili

Per il ceppo Zaire sono stati autorizzati vaccini e anticorpi monoclonali efficaci, ma le evidenze attuali suggeriscono che questi prodotti non offrano una protezione affidabile contro Bundibugyo. Di conseguenza, la risposta terapeutica si basa principalmente su supporto clinico e misure di controllo delle infezioni. Gli esperti indicano l’urgenza di sviluppare e testare candidati vaccinali e antivirali specifici attraverso trial controllati.

Storia dei focolai

Bundibugyo era stato identificato per la prima volta negli anni 2007-2008 in Uganda e poi nel 2012 nella RDC. La rarità storica del ceppo rende più complesso il reperimento di contromisure già validate, aumentando il livello di attenzione delle organizzazioni internazionali quando emergono nuovi focolai.

Evoluzione dell’epidemia e fattori di amplificazione

I primi segnali del focolaio ricostruiti dalle autorità locali indicano che un’infermiera si è ammalata il 24 aprile 2026 a Bunia ed è deceduta; la salma ricondotta nei centri estrattivi auriferi di Mongbwalu avrebbe favorito la diffusione attraverso rituali funebri. Il ritardo diagnostico è stato acuito dal fatto che i test iniziali erano tarati sul ceppo Zaire e solo il 15 maggio il sequenziamento genetico dell’INRB ha confermato la presenza di Bundibugyo in campioni positivi.

La trasmissione nosocomiale è stata documentata, con numerosi operatori sanitari coinvolti, e modelli epidemiologici suggeriscono una possibile sottostima dei casi reali, con stime che superano i 1.000 casi attivi secondo alcuni centri di ricerca. Il contesto di conflitto, la mobilità legata alle attività minerarie e la fragilità dei sistemi sanitari locali hanno amplificato i rischi di diffusione.

La risposta italiana e le raccomandazioni operative

Con una circolare del 18 maggio 2026, firmata dal Direttore Generale della Prevenzione Sergio Iavicoli e dal Capo Dipartimento Maria Rosaria Campitiello, il Ministero della Salute ha istituito una sorveglianza mirata per il personale di rientro da RDC e Uganda. Le prescrizioni includono la notifica preventiva 48 ore prima del rientro, l’atterraggio su scali designati in presenza di sintomi e la valutazione degli uffici USMAF all’arrivo. Per le entrate via terra la verifica è delegata alla ASL competente.

Cosa devono sapere i viaggiatori e i rientri

Per la popolazione generale il rischio in Europa è attualmente considerato molto basso: il Bundibugyo si trasmette attraverso il contatto con fluidi corporei di persone sintomatiche o cadaveri e non per via aerea. Chi non arriva dalle aree colpite non deve adottare misure particolari; chi rientra dalle zone interessate deve seguire il protocollo degli USMAF, riferire qualsiasi sintomo compatibile e sottoporsi ai controlli suggeriti.

In Italia sono attivi laboratori capaci di gestire agenti ad alta biocontenimento, come l’INMI Spallanzani e l’ospedale Sacco, che garantiscono percorsi clinici per le febbri emorragiche virali. I due ricoveri al Sacco e la sorveglianza sulle loro famiglie mostrano l’applicazione pratica delle misure preventive nazionali.

Cosa seguire nelle prossime settimane

I parametri da monitorare includono l’andamento della curva dei casi confermati rispetto ai sospetti, l’identificazione di catene di trasmissione fuori dall’Ituri e l’eventuale diffusione in aree urbane come Goma. Parallelamente, va osservato l’avvio di studi clinici su vaccini e terapie per Bundibugyo. Per il pubblico italiano le indicazioni restano chiare: mantenere la calma, informarsi attraverso canali ufficiali e rispettare le procedure di sorveglianza per i rientri dalle aree coinvolte.