In seguito a un’intervista rilasciata a Fanpage.it, Fabrizio Corona ha dichiarato di voler dedicare un nuovo episodio del suo podcast ‘Falsissimo’ allo scandalo che investe i vertici arbitrali del calcio italiano. Nel corso della conversazione ha spostato poi l’attenzione sulla televisione, esprimendo una valutazione severa sul programma Belve e sul recente spin-off Belve Crime.
Le parole dell’ex re dei paparazzi hanno acceso discussioni non solo sul contenuto del format, ma anche sul modo in cui la conduttrice è percepita dal pubblico.
La critica di Corona non si è limitata ai temi trattati: ha coinvolto direttamente la figura di Francesca Fagnani, con un paragone controverso e una lettura estetica del suo cammino professionale.
Le sue osservazioni, volutamente provocatorie, mettono in discussione scelte editoriali e la capacità del programma di mantenere il pubblico abituale, aprendo un dibattito sul rapporto tra formato televisivo, ospiti e ascolti.
Le accuse di Corona
Secondo Corona, Fagnani avrebbe abbandonato alcuni tratti distintivi che la caratterizzavano nel passato, trasformandosi in una figura televisiva diversa.
Durante l’intervista ha sostenuto l’intenzione di raccontare nuove puntate di ‘Falsissimo’ e, riflettendo sul cambiamento del programma, ha usato una metafora forte, definendo la conduttrice come una sorta di «ermafrodite» televisivo, cioè un ibrido tra lei e Maria De Filippi. Corona ha precisato che il termine non aveva un’accezione sessuale, ma voleva sottolineare un presunto cambio stilistico ed estetico.
Il paragone con Maria De Filippi
Il richiamo a Maria De Filippi è stato usato con toni critici: per Corona non si tratta di un complimento, ma di una perdita di autenticità. Ha ricordato passaggi televisivi precedenti in cui, a suo avviso, la trasmissione mostrava una conduzione più graffiante e uno studio differente, elementi che oggi sarebbero venuti meno. Questo tipo di paragone è destinato a creare scalpore perché mette in contrapposizione due stili molto diversi e solleva domande sul posizionamento editoriale di Belve.
Ascolti e numeri: la realtà dei dati
Sui dati di audience Corona ha espresso un giudizio netto: secondo lui la scelta di puntare su casi legati alla cronaca passata avrebbe inevitabilmente ridotto l’interesse. È vero che la prima puntata di Belve Crime, andata in onda il 5 maggio, ha registrato 1.062.000 telespettatori e uno share del 7,4%. Questi valori rappresentano un calo rispetto alla media del format originale, che nell’ultima stagione aveva ottenuto circa 1.473.000 spettatori con uno share medio del 9,75%.
Interpretare il calo
Il ragionamento di Corona parte dall’assunto che il pubblico preferisca il sensazionalismo e gli ospiti del momento piuttosto che i protagonisti legati a vicende passate. Sulla base di questa lettura, prevedeva una soglia di ascolto inferiore al 7,5% per il nuovo spin-off. Tuttavia, osservando i numeri in prospettiva, il risultato resta positivo per una rete come Rai 2, dove superare il milione di spettatori in prima serata e avvicinarsi al 7-8% costituisce un risultato rilevante.
Valutazioni editoriali e reazioni
La critica di Corona si concentra sul piano editoriale: a suo avviso la scelta dei temi e degli ospiti non avrebbe rispecchiato le attese del pubblico contemporaneo. Questa posizione ha però incontrato altre letture, più sfumate, che suggeriscono come il passaggio a un taglio ‘crime’ rappresenti un esperimento di contenuto e posizionamento, non necessariamente un errore tattico. In altre parole, ciò che per alcuni è un passo falso può per altri essere un tentativo di ampliare la platea o di esplorare nuove forme di racconto.
Bilancio e considerazioni finali
In definitiva, le parole di Fabrizio Corona hanno acceso un confronto sui confini tra identità del conduttore, scelte di formato e risultati d’ascolto. È innegabile che il passaggio tra Belve e Belve Crime abbia portato a un mutamento percepibile, ma definire la decisione come totalmente sbagliata rischia di ignorare il contesto dei numeri e la specificità del pubblico di Rai 2. Il dibattito rimane aperto tra chi invoca ritorni al format originale e chi difende la sperimentazione editoriale.