Quando i riflettori si sono spenti sulla Komische Oper Berlin i pochi posti liberi erano ormai solo un ricordo. Il festival di 10 giorni ideato da Kirill Serebrennikov aveva esaurito i biglietti con mesi di anticipo, riunendo spettacoli in tedesco, russo e inglese e aprendo una finestra sulla realtà di chi, costretto all’esilio continua a creare.
Per Serebrennikov, uno dei più noti registi russi in Europa, la lontananza dalla patria ha rappresentato una nuova pagina di una carriera già internazionale. Tuttavia, per numerosi attori e registi meno affermati, la fuga dopo l’invasione dell’Ucraina si traduce in una ricerca incessante di spazio scenico e sostegno economico.
Il festival di Serebrennikov: un successo che svela la dispersione artistica
Il programma ha mescolato teatro, cinema e tavole rotonde, offrendo al pubblico berlinesi un panorama multilingue. Oltre a presentare opere di registi russi, sono stati ospitati dibattiti che hanno messo a fuoco le difficoltà di chi continua a lavorare fuori dal territorio nazionale, dove la censura è diventata più severa e le istituzioni teatrali sempre più controllate dallo Stato.
Storie di esilio: da Yerevan a Tbilisi, il percorso di Maya Dorozhenko e Yegor Rybakov
Maya Dorozhenko, 30 anni, aveva concretizzato una proficua carriera a Mosca dopo la laurea al GITIS. Quando ha deciso di mettere in scena una pièce anti-guerra ispirata a Hannah Arendt, gli organizzatori locali hanno rifiutato per timore di ritorsioni: “Ci hanno detto che non sarebbe andata in scena, così sono partita”. Si è rifugiata a Yerevan, dove ha dovuto condividere una stanza quasi priva di spazio: “C’era solo un centimetro tra il letto e il muro, e io guardavo la mia attrice esibirsi su un letto”, ricorda, illustrando la cruda realtà dei provini improvvisati in esilio.
Allo stesso modo, l’attore Yegor Rybakov, 43 anni, ha lasciato Mosca nel 2022 a seguito di minacce online per le sue critiche al Cremlino e il suo sostegno all’Ucraina. A Tbilisi ha dovuto integrare le performance – che a Mosca attiravano da 35 a 5.000 spettatori – con lavori di presentatore di eventi e insegnamento di recitazione, per mantenere il proprio sostentamento. “Il salto di pubblico è stato enorme, ma in Georgia trovare ruoli è più difficile, soprattutto se non parli già il georgiano”, spiega.
Reti emergenti: Lubimovka, festival internazionali e le sfide del finanziamento
Il festival originario di Mosca, Lubimovka nato nel 1990, ha trasformato la crisi in un’opportunità: ha spostato la sua sede fuori dalla Russia, creando la rete Echo of Lubimovka. Dal 2022, le letture si sono svolte a Parigi, Tbilisi, Tel Aviv e persino a Tokyo, dove le opere sono state tradotte in giapponese. Questi eventi “si sono evoluti come una palla di neve”, afferma l’organizzatore, evidenziando il desiderio di far sentire voci censurate in contesti non russi.
Registe come Anastasiia Anisimova hanno sperimentato la flessibilità del circuito internazionale con il loro spettacolo Deep Fake presentato a Tbilisi, Berlino, al Festival di Avignone e in programma per Amsterdam. Nonostante il plauso, la mancanza di fondi e le complesse burocrazie restano ostacoli concreti. “Il teatro in esilio non è una questione di guadagni, è l’amore per l’arte”, afferma, sottolineando come la sopravvivenza artistica dipenda più dalla rete di collaborazioni che da finanziamenti stabili.
Le produzioni più recenti, come “Vanya Is Alive”, “Inostranka” e “Letters Home”, riflettono il dramma quotidiano di chi è costretto a separarsi dalla propria terra, ma anche la capacità di trasformare la sofferenza in narrazione. Per molti, l’esilio è al contempo libertà espressiva e instabilità: “La gente si sposta continuamente, rendendo difficile mantenere un progetto a lungo termine”, osserva Rybakov.
