Fabrizio Plessi, il pioniere della videoarte ha lasciato un segno indelebile nel mondo dell’arte contemporanea. Nato a Reggio Emilia il 3 aprile 1940 si è trasferito a Venezia da adolescente per seguire la sua passione. La sua morte, avvenuta a 86 anni, ha lasciato un vuoto incolmabile, ma il suo testamento artistico continua a ispirare.
Plessi ha sempre visto il digitale come un elemento spirituale. “Il digitale, ha detto, può essere spirituale. Tutti pensano al digitale collegato alla tecnologia del materiale, quando è l’elemento più immateriale che ci sia.” La sua ricerca artistica si è concentrata sull’acqua, la luce e il vetro, creando opere che uniscono tecnologia e spiritualità.
L’acqua e la luce: le opere iconiche di Plessi
All’inizio degli anni ’70, Plessi ha iniziato a collaborare con il Centro Attività visive di palazzo dei Diamanti a Ferrara dove ha realizzato i suoi primi videotape. Nel 1981, ha presentato Underwater al Festival del Cinema di Venezia un’opera che ha segnato un punto di svolta nella sua carriera.
La sua installazione Bronx presentata alla Biennale di Venezia nel 1986, ha trasformato la televisione e i monitor in materiali artistici.
Nel 2000, Plessi ha realizzato il padiglione italiano per l’Expo di Hannover con l’installazione Mare Verticale alta 44 metri. Nello stesso anno, ha rappresentato l’Italia alla biennale di Kwangju in Corea. A Venezia con l’installazione video Waterfire ha riempito di luce la facciata del Museo Correr.
Il vetro: la nuova sfida di Plessi
Pochi mesi fa, Plessi ha scoperto il vetro lavorando per cinque mesi in una fornace a Murano al fianco dei maestri vetrai. Gli oggetti realizzati sono stati esposti nella mostra Perdersi in un bicchier d’acqua da Barovier&Toso Arte a Murano, che si è conclusa il 21 giugno scorso. “Non avevo mai amato il vetro perché lo consideravo un materiale freddo, duro, imprevedibile, quasi sfuggente”, ha spiegato l’artista.
Il rapporto di Plessi con Venezia è stato intenso, una storia d’amore. La città era “la grammatica” del suo lavoro. Durante la pandemia in occasione dei suoi 80 anni, Venezia gli aveva reso omaggio con L’età dell’oro un’installazione digitale sulle finestre del Correr e a Natale. Plessi, poco dopo, aveva creato un “albero di Natale” digitale alto 10 metri composto da 80 monitor a led luminosi nella piazzetta di San Marco.
L’eredità di Plessi: un messaggio di luce e rinascita
“La tragedia delle morti per coronavirus mi ha segnato. Come artista non potevo fare finta di nulla”, ha detto Plessi. Le sue opere portavano sempre luce: una luce fisica e insieme un’idea di energia, futuro e rinascita. “La tecnologia non esiste. Esiste solo come la usiamo, come la umanizziamo”, aveva detto a Repubblica tre anni fa.
“Perdo un amico e Venezia perde un pioniere, un visionario che ha sempre avuto il coraggio di seguire un linguaggio personale, senza cercare il facile applauso”, ha detto il sindaco Simone Venturini. Le sue opere portavano sempre luce: una luce fisica e insieme un’idea di energia, futuro e rinascita. Fabrizio ha saputo guardare Venezia senza nostalgia, mettendo in dialogo la sua storia con il contemporaneo.
