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Picabia a Milano e Pontormo a Roma: due mostre da non perdere

Picabia a Milano e Pontormo a Roma: due mostre da non perdere

Picabia a Palazzo Reale di Milano e Pontormo alle Scuderie del Quirinale di Roma: due mostre, due geni ribelli e un legame nato negli anni Settanta.

Picabia e Pontormo: due mostre inaugurate lo stesso giorno a Milano e Roma

Ad alcuni, forse ai più attenti e curiosi, figli di un’altra epoca, questo titolo farà venire subito in mente il capolavoro teatrale di Samuel Beckett. E invece no, questa volta non aspettavamo Godot. Aspettavamo due grandi mostre che venerdì 9 ottobre hanno inaugurato contemporaneamente, una a Milano e l’altra a Roma: Picabia “Aprire le porte della notte” a Palazzo Reale e Pontormo alle Scuderie del Quirinale.

Picabia e Pontormo, due geni ribelli della storia dell’arte

Il caso ha voluto che i nomi dei due artisti, un cognome e un soprannome, comincino con la stessa lettera dell’alfabeto P come Picabia, P come Pontormo. E le coincidenze non finiscono qui. Sono due degli artisti che amo di più eppure, a quasi quattro secoli di distanza l’uno dall’altro, hanno entrambi ciò che ammiro di più in un artista, e nelle persone in generale quel pizzico di follia, l’eclettismo, uno sguardo anticonformista.

Due geni ribelli. Sì, detta così può sembrare una formula banale, ma è esattamente quello che sono, “geni ribelli”: li accomuna il rifiuto delle regole, il non omologarsi ed essere obbedienti a quelle regole che ancora non si sa chi le abbia stabilite, né per il bene di chi. Tutti e due rompono gli schemi, tutti e due rompono la noia, tutti e due osano e godono del proprio osare.

Pontormo oltre il Rinascimento e le Trasparenze di Picabia

Pontormo è stato tra i primi a spezzare le linee gentili e perfette del Rinascimento, per arrivare alle sue figure allungate, a quei volti che parlano in modo forte e teso, a quegli occhi espressivi, tristi e smarriti, a quei meravigliosi colori acidi vivi che abbagliano e che ti incantano. Del resto già Vasari, nelle Vite, descrivendo la Deposizione di Santa Felicita, scriveva: «èvvi la Nostra Donna che si vien meno e l’altre Marie fatte con modo tanto diverso dalle prime, che si vede apertamente che quel cervello andava sempre investigando nuovi concetti e stravaganti modi di fare, non si contentando e non si fermando in alcuno». Cambiando secolo e cambiando nome, lo si potrebbe appendere tale e quale sotto un quadro di Picabia.

Picabia, dal canto suo, tra la fine degli anni Venti e i primi anni Trenta, con la serie delle Trasparenze, torna a guardare ai maestri del passato, dalla scultura antica a Botticelli e Piero della Francesca, sovrapponendo figure e citazioni. «Nella vita Picabia ha adottato la strategia del cleptomane», scrive Achille Bonito Oliva nel 1975. E almeno per me è difficile non sentire, in quelle figure rubate e sovrapposte, un’eco dello spirito di Pontormo.

Picabia in Italia negli anni Settanta: il saggio di Giorgio Di Domenico

Che non sia soltanto una mia fantasia me lo conferma un bel saggio di Giorgio Di Domenico, che nelle mie ricerche su una probabile tesi su Picabia trovai sul web pochi anni fa e che ho ritirato fuori oggi dai miei tanti file, il saggio s’intitola “Riscoperte e appropriazioni queer di Francis Picabia nell’Italia degli anni Settanta”, uscito nel 2024 sulla rivista Whatever.

In Italia, prima del grande recupero internazionale degli anni Ottanta, Picabia non entra dalla porta principale ma da un ingresso laterale. Nel 1973 Mario Mieli apre uno dei suoi articoli più celebri sul “FUORI!” di seguito:

“I radical-chic e lo chic radicale”, raccontando di essere stato iniziato alla lettura dei Detti di Picabia da un compagno del movimento. Quel compagno, ricostruisce Di Domenico, era quasi certamente Corrado Levi, architetto, artista e collezionista torinese, nel 1969 aveva spinto la Galleria Civica d’Arte Moderna di Torino ad acquistare Le Baiser e possedeva una raccolta picabiana con pochi eguali in Italia. Sono gli anni della retrospettiva torinese del 1974, curata da Maurizio Fagiolo dell’Arco, nel cui catalogo Andy Warhol lascia un biglietto dei suoi, “like Picabia al limone coi funghi”.

“Dalle cantine”, 1977: il foglio di Corrado Levi che unì Picabia e Pontormo

Ed ecco il punto. Nel giugno 1977 Levi cura il terzo numero di “Dalle cantine”, il periodico da lui fondato due anni prima alla Facoltà di Architettura del Politecnico di Milano. Si intitola Dalle cantine frocie, un grande foglio formato tabloid, stampato a inchiostro viola, con un inserto (dal titolo che qui preferisco citare solo a metà) dedicato a “MADAME PONTORMO (1494-1556)”. Sulle stesse pagine, in maiuscolo e in diagonale, compaiono tre aforismi di Picabia, tra cui “AMO LE CHECCHE PERCHÉ NON FANNO IL SOLDATO”, libera traduzione di un detto uscito su “391” nel 1924.

Accanto a Ferenczi, Sacher-Masoch, Artaud e Karl Kraus, Picabia e Pontormo si erano quindi già incontrati, non in un museo ma in un foglio del Settantasette.

Le mostre di Palazzo Reale e Scuderie del Quirinale: appuntamenti da non perdere

Quasi cinquant’anni dopo si sono ritrovati, lo stesso giorno, tra Milano e Roma. Da entrambe le mostre, io e non solo io, ci aspettavamo grandi cose: ora che le porte sono aperte, sono due appuntamenti da non perdere, e vale la pena andare a vedere di persona se le attese sono state ripagate.

Picabia, l’artista che cambiava idea come le camicie

Ma torniamo a Picabia, spesso messo da parte e criticato per la sua scarsa coerenza, per non aver voluto seguire un unico stile, per non essersi mai omologato. Proprio questo, invece, io lo trovo estremamente interessante e, in fondo, coerente e fedele a se stesso. “The foolish and the dead alone never change their opinion”, scriveva James Russell Lowell (in italiano, soltanto gli sciocchi e i morti non cambiano mai opinione). E soltanto il pavido, aggiungo io, chi non ha il coraggio e chi non ha una visione, non sperimenta e resta fedele a qualcosa che magari aveva scelto solo perché in quel momento sembrava in linea con ciò che desiderava, con ciò che piaceva, con il gusto e lo stato d’animo di allora, ma che poi è cambiato. Picabia lo diceva in modo più spiccio, in un volantino distribuito ai visitatori del Salon d’Automne del 1921: “Si vous voulez avoir les idées propres changez-les comme des chemises” (se volete avere idee pulite cambiatele come le camicie). Forse ci prendiamo troppo sul serio e crediamo che mantenere fede a un’idea, a un giudizio, a una scelta, a una persona sia la cosa più coraggiosa da fare. E invece è proprio l’opposto: la scelta coraggiosa è cambiare idea, voler conoscere e imparare qualcosa, o qualcuno, che non si conosce e da cui ci si sente attratti, non avere paura. Tutto questo vale per l’arte così come vale per la vita.

Francis Picabia pittore, poeta ed editore: l’eclettismo come libertà

Ed è per questo che un artista eclettico come Picabia mi ha sempre incuriosita e affascinata. Fedele a se stesso, ma non alla coerenza, né alle consuetudini, né alle regole stabilite dagli altri, coerente, semmai, a modo suo, nel seguire la propria visione delle cose e nello sperimentare. Geniale, non convenzionale, libero, con un’opera mai banale, per lui “la coerenza stilistica era una gabbia e una noia mortale”, un po’ come accade nella vita quando ci si impone a tutti i costi regole e coerenza, convinti che sia l’unica strada per non essere giudicati. Picabia questo problema non l’ha mai avuto. È stato pittore, poeta, editore di riviste (391 su tutte), autore di un balletto come Relâche e del soggetto di Entr’acte,il film di René Clair, e tante altre cose, forse, insomma, il più artista di tutti.

Dal MoMA di New York a Palazzo Reale: Picabia arriva a Milano

Nel 2016 ho visto le sue opere a New York, al MoMA, in una mostra il cui titolo era già un manifesto “Our Heads Are Round so Our Thoughts Can Change Direction” (Le nostre teste sono rotonde perché i pensieri possano cambiare direzione). È una battuta, forse un suggerimento. Dieci anni dopo lo ritrovo a Milano, con qualche certezza in meno e, spero, qualche idea cambiata. Godot non è mai arrivato. Picabia, il 9 ottobre, è arrivato puntuale. Andate a trovarlo.

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