L’ex Ilva di Taranto, il più grande stabilimento siderurgico d’Italia e tra i maggiori in Europa, si trova al centro di una crisi profonda che unisce rischi ambientali, emergenze sanitarie e difficoltà economiche. Tra una proposta di vendita incerta, una sentenza del tribunale di Milano che minaccia la produzione e la pressione sui fondi statali, il futuro dell’impianto appare oggi più fragile che mai.
Il futuro incerto dell’ex Ilva di Taranto
Come riportato da Il Post, giovedì 5 marzo il governo affronterà un momento cruciale nella lunga vicenda dell’ex Ilva di Taranto, l’acciaieria più grande d’Italia e tra le maggiori in Europa. L’incontro con i sindacati si preannuncia delicatissimo: sul tavolo ci sarà la proposta di acquisto avanzata dal gruppo statunitense Flacks, l’unico interessato finora, ma anche la questione della sicurezza degli impianti, dopo l’ennesima tragedia sul lavoro, e gli effetti di una recente sentenza del tribunale di Milano che potrebbe «cambiare tutto», come ha ammesso lo stesso ministro delle Imprese Adolfo Urso.
La gestione dell’azienda, oggi chiamata Acciaierie d’Italia e sotto amministrazione straordinaria, comporta che lo Stato continui a investire ingenti risorse per mantenerla operativa e tutelare l’occupazione, ma il tempo e i vincoli europei stanno rapidamente riducendo le possibilità di sostegno pubblico. Nonostante se ne discuta da anni, l’ex Ilva non era mai stata così vicina al rischio chiusura.
Ilva di Taranto a rischio chiusura? La decisione del tribunale e l’ultimatum di sei mesi
Il tribunale di Milano ha stabilito che, se entro sei mesi non verranno adottati interventi per ridurre il rischio sanitario e ambientale, la produzione dovrà fermarsi a partire dal 24 agosto 2026. La decisione ha confermato che l’Autorizzazione Integrata Ambientale approvata a luglio non garantisce la sicurezza dei cittadini: i giudici parlano di un «rischio di lesioni gravi» ancora inaccettabile, con aumenti significativi di mortalità per tumori respiratori, pleurici e altri organi, soprattutto nei quartieri più vicini all’impianto. Tra i provvedimenti richiesti figurano adeguamenti della cokeria e dell’altoforno 5, sistemi più efficienti per contenere fumi e polveri, e rafforzamento delle misure di copertura nei parchi minerali e nelle aree portuali.
Questi interventi comportano costi elevati per un’azienda già in perdita, con bilanci che registrano tra 50 e 70 milioni di euro al mese. Attualmente solo uno dei quattro altiforni è attivo, e circa metà dei circa 8.000 dipendenti è in cassa integrazione. Il gruppo Flacks, nella lettera inviata ai commissari governativi, avrebbe segnalato che le prescrizioni imposte dai magistrati mettono «a rischio la continuità operativa e la sostenibilità complessiva dell’attività», rendendo incerta la possibile acquisizione.
Per non interrompere la trattativa, i commissari dovranno completare gli interventi richiesti o ricorrere alla Corte d’appello di Milano, in una corsa contro il tempo, con i fondi statali limitati a 149 milioni disponibili fino a fine aprile e ulteriori 390 milioni possibili solo se la vendita dovesse concretizzarsi.