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Un racconto surreale, emotivamente efficace e soprattutto interamente generato dall’intelligenza artificiale.
Il video ha superato 150 milioni di visualizzazioni e 2,8 milioni di like su YouTube. Non è un caso isolato. Fa parte dei contenuti di RIO FILMS, un canale con quasi 3 milioni di iscritti, popolato esclusivamente da video simili: brevi storie ripetitive, protagonisti animali, dinamiche emotive elementari, produzione industriale. Tutto creato dall’AI.
A usare questo esempio per raccontare cosa sta succedendo online è Mattia Marangon (creatore di Ugolize e consulente su LinkedIn), che da mesi analizza l’esplosione di quello che definisce AI slop: una massa informe di contenuti artificiali generati non per informare, intrattenere o raccontare, ma semplicemente per occupare spazio, tempo e attenzione.
L’AI slop non è un’eccezione, è ormai la regola
Secondo dati citati da Marangon, basati sull’analisi di oltre 65.000 URL pubblicati tra il 2020 e il 2025, oggi più del 50% dei nuovi articoli online è generato da sistemi di intelligenza artificiale. Da novembre 2024, i testi prodotti automaticamente hanno superato quelli scritti da esseri umani.
Il dato più rilevante non è solo quantitativo, ma percettivo: nella maggior parte dei casi non è segnalato. Chi legge notizie, guide o approfondimenti spesso non sa se sta interagendo con una persona o con un modello linguistico.
La stessa dinamica si ritrova nella musica. Su piattaforme come Deezer, tra il 28% e il 34% delle tracce caricate ogni giorno è oggi generato dall’AI. A gennaio 2025 la quota era intorno al 10%. In pochi mesi la produzione artificiale è esplosa, favorita da costi quasi nulli e da strumenti sempre più accessibili.
YouTube e il trionfo del contenuto automatico
È però su YouTube che il fenomeno diventa più visibile. Oggi oltre un video su cinque suggerito a un nuovo utente rientra nella categoria AI slop; di questi, circa un terzo è “brainrot”, contenuti iper-semplificati e ripetitivi progettati per trattenere l’attenzione senza richiedere comprensione.
Uno studio che ha analizzato 15.000 canali ha individuato 278 canali composti esclusivamente da video AI, capaci di accumulare miliardi di visualizzazioni complessive. Canali come RIO FILMS sono perfetti per gli algoritmi: costano poco, sono facilmente replicabili, producono grandi volumi e funzionano anche su un pubblico che guarda senza capire davvero cosa sta guardando.
La Dead Internet Theory non sembra più fantascienza
In questo scenario torna a circolare con forza la Dead Internet Theory, l’idea secondo cui una parte sempre più ampia del web non sia più abitata da persone, ma da bot, sistemi automatici e contenuti sintetici.
Un tempo era facile liquidarla come paranoia. Oggi, osserva Marangon, appare meno assurda. Non solo perché l’AI produce contenuti al posto degli esseri umani, ma perché sempre più spesso questi contenuti vengono visti, commentati e amplificati da altri bot.
Il risultato è una filiera chiusa:
contenuti generati da AI → promossi da algoritmi → commentati da bot → monetizzati dalle piattaforme.
L’essere umano resta ai margini: spettatore occasionale o bersaglio emotivo.
Dai “Shrimp Jesus” ai bot di X
Episodi come quello degli “Shrimp Jesus” su Facebook – immagini AI che mescolavano crostacei e iconografia religiosa – hanno dimostrato quanto questo meccanismo possa sembrare vivo pur essendo in larga parte artificiale. Molte interazioni provenivano da account automatici che reagivano ad altri bot, creando l’illusione di una viralità organica e attirando poi utenti reali.
Su X (ex Twitter) il sistema è ancora più esplicito: reti di bot commentano post virali per accumulare visualizzazioni e accedere alla monetizzazione. Altri pubblicano contenuti estremi o sessualizzano persone reali, facendo leva su rabbia e indignazione, umana o artificiale che sia.
Un internet che può fare a meno di noi
Il paradosso, conclude Marangon, è evidente: stiamo costruendo un internet in cui le macchine producono contenuti per altre macchine, mentre le piattaforme monetizzano questo traffico come se fosse attenzione umana reale.
Il sistema potrebbe crollare quando gli inserzionisti si renderanno conto che una parte consistente delle visualizzazioni è falsa. Ma nel frattempo la domanda resta aperta: che senso ha partecipare a un ecosistema sempre meno a misura di persona?
Mentre scorriamo video di scimmiette generate dall’AI, il web sembra dimostrare una cosa inquietante: può andare avanti anche senza di noi.