La morte del piccolo Domenico, seguita a un trapianto di cuore rivelatosi fallimentare all’ospedale Monaldi di Napoli, ha sollevato interrogativi dolorosi su responsabilità, trasparenza e gestione sanitaria. Al centro della vicenda c’è il racconto del papà Antonio Caliendo, che intreccia rabbia, senso di impotenza e bisogno di verità in una storia segnata da speranze tradite e da un’attesa trasformata in tragedia.
La morte di Domenico al Monaldi, parla il papà: “Storia cominciata malissimo e finita peggio”
Antonio Caliendo, 39 anni, affida al Corriere della Sera parole cariche di amarezza dopo la morte del figlio Domenico, avvenuta in seguito a un trapianto cardiaco rivelatosi fatale all’ospedale Monaldi di Napoli. Per settimane aveva scelto il silenzio, spiega, “perché sono molto arrabbiato. E mia moglie Patrizia preferisce tenermi lontano dai giornalisti per evitare che esploda“. La sua rabbia è ancora viva, tanto che del professor Oppido dice senza esitazione: “Il professor Oppido adesso non lo voglio vedere manco da lontano. Sarà la magistratura a fare chiarezza, certo, ma preferisco non incontrarlo“.
Il dramma, racconta, è iniziato la notte tra il 22 e il 23 dicembre 2025, quando Domenico fu ricoverato per una grave cardiomiopatia dilatativa. In quelle stesse ore era morto suo padre Antonio: “In 24 ore mi cadde il mondo addosso“. La famiglia si era aggrappata alla speranza del trapianto, confidando nell’équipe medica. “Io speravo che lui avesse una vita serena, in salute, senza problemi e invece…”, ricorda.
Nonostante tutto, Caliendo tiene a distinguere le responsabilità: “non sono tutti cattivi, in quell’ospedale, c’è anche tanta gente brava“, medici e infermieri che sono rimasti accanto al piccolo fino all’ultimo. Ma un presentimento lo aveva attraversato proprio la sera in cui si parlò del nuovo cuore: “Lello, sento qualcosa di strano dentro di me, andiamo via, me lo riporto a casa mio figlio!“. Un’intuizione detta ad un amico che non lo ha più abbandonato.
La morte di Domenico al Monaldi: i sospetti, la rabbia e l’addio
Con il passare dei giorni, l’angoscia si è trasformata in consapevolezza. Dopo Capodanno, racconta il padre, il clima in reparto cambiò improvvisamente: “Dopo Capodanno i medici sparirono tutti, nessuno ci venne a dire più niente, era finita, ma noi ancora non lo sapevamo“. Solo più tardi è emerso l’errore nel trasporto dell’organo, una circostanza che ha alimentato ulteriore indignazione. “Ho visto delle foto incredibili“, commenta amareggiato, riferendosi al contenitore utilizzato per il viaggio verso Bolzano.
Il dolore ha avuto ripercussioni profonde anche sulla sua vita quotidiana: non riesce più a lavorare come muratore e confessa di essere crollato dal primo giorno di ricovero del figlio. “Questa storia è cominciata malissimo e finita peggio“. Nei momenti di tensione ha perso il controllo, arrivando a discutere con le guardie giurate dell’ospedale, che poi lo hanno abbracciato il giorno della morte di Domenico. Intanto la moglie Patrizia ha trovato la forza di creare una fondazione in memoria del bambino.
Per l’ultimo saluto gli ha scelto un abito elegante, “con la cravatta e la coppolella in testa come quando usciva col nonno Antonio“. Oggi Antonio si aggrappa a un’immagine che gli permette di andare avanti: “Sì, anch’io adesso penso che sia diventato il nostro angioletto custode. Sento che ci sta mandando la forza per andare avanti“. È questa convinzione, fragile ma necessaria, che sostiene la famiglia nel tentativo di ricominciare.