Il calcio, spesso definito come soft power è diventato un palcoscenico dove si riflettono le tensioni geopolitiche globali. I Mondiali 2026, con la loro espansione a 48 squadre, non fanno eccezione. Questo torneo, che si conclude il 19 luglio in New Jersey, offre uno spaccato unico delle dinamiche internazionali, dalle ingerenze politiche alle assenze significative.
La Fifa guidata da Gianni Infantino, ha dimostrato una certa deferenza verso i potenti, come evidenziato dalla decisione di assegnare un controverso premio per la pace a Donald Trump, poco prima che scatenasse una guerra devastante in Medio Oriente. Questo episodio solleva interrogativi sulla diplomazia dello sport e sui suoi limiti.
Ingerenze politiche e decisioni controverse
L’intervento di Donald Trump per annullare la squalifica del calciatore statunitense Folarin Balogun è solo uno dei tanti esempi di come la politica stia influenzando il mondo del calcio. Le decisioni di rifiutare visti d’ingresso a tifosi di alcuni paesi e l’espulsione di un arbitro somalo mostrano come il calcio stia diventando un terreno di scontro geopolitico.
Tuttavia, il calcio non è uno specchio fedele dei rapporti internazionali. L’eliminazione degli Stati Uniti dal torneo per mano del Belgio, nonostante l’ingerenza di Trump, ne è una dimostrazione. La geopolitica del calcio ha le sue regole, spesso diverse da quelle della geopolitica tradizionale.
Assenze e presenze significative
La Cina, nonostante i suoi progressi negli sport olimpionici, è assente dai Mondiali 2026. Pechino, che aveva promesso di qualificarsi, organizzare e vincere i Mondiali, deve ancora raggiungere questi obiettivi. La rotazione dei continenti seguita dalla Fifa impedisce alla Cina di ospitare il torneo prima del 2042.
Altre grandi potenze del sud del mondo, come l’India e l’Indonesia, sono anch’esse assenti. Il Sudafrica, nonostante la sua partecipazione, non è andato oltre il ruolo di comparsa. Le nazionali africane, tuttavia, hanno fatto bella figura durante la fase a gironi.
L’influenza europea e la globalizzazione dei giocatori
I paesi europei mantengono un’influenza significativa nel calcio, nonostante la loro debolezza in campo geopolitico. L’Europa era sovrarappresentata ai quarti di finale di questi Mondiali, un contrasto con la sua debolezza politica di fronte all’ostilità di Trump verso il multilateralismo e l’Unione europea.
Il torneo ha anche evidenziato la globalizzazione dei giocatori. Secondo la rivista Foreign Policy quasi il 25% dei giocatori partecipanti è nato in un paese diverso da quello che rappresenta. Questo fenomeno sfida i cliché razzisti e mostra come il calcio sia diventato un campo di integrazione globale.
Una vittoria della Francia nella finale del 19 luglio sarebbe il riflesso di una realtà statistica: 99 giocatori convocati per la Coppa del mondo sono nati in Francia, di cui 54 nella sola Île-de-France. Questo dimostra come il calcio sia diventato un terreno di incontro e di confronto tra culture diverse.
