La mattina del 5 novembre la Borsa di Tokyo ha subito una brusca inversione di tendenza: l’indice Nikkei 225 ha sceso dell’5,1%, toccando i 56.930 punti. L’onda di ribasso segue l’andamento di Wall Street, dove gli investitori stanno ancora valutando le conseguenze delle elezioni di medio mandato negli Stati Uniti. L’incertezza politica ha alimentato timori su possibili restrizioni agli investimenti nei data center dedicati all’intelligenza artificiale, settore considerato cruciale per la crescita futura.
Reazione del mercato valutario e prime cause del crollo
Il forte indebolimento dell’indice ha portato a un immediato apprezzamento dello yen, scambiato a 157,50 per dollaro e a 176,90 per euro. L’operazione ha evidenziato la classica fuga verso valute più sicure in momenti di turbolenza. Parallelamente, la pressione sui titoli tecnologici giapponesi è cresciuta, in parte perché gli analisti prevedono che una legislazione più severa sull’AI negli USA possa limitare i flussi di capitale verso il Giappone.
Fattori geopolitici e commerciali che hanno aggravato il sentiment
Tra le cause aggiuntive, la mancata approvazione da parte delle autorità cinesi dell’acquisizione da 5,4 miliardi di dollari della divisione robotica di ABB da parte di SoftBank ha eroso ulteriormente la fiducia degli investitori. In Corea del Sud, l’indice KOSPI è crollato di oltre il 5%, scatenando la sospensione delle contrattazioni e rafforzando l’avversione al rischio in tutta la regione.
Sul fronte positivo, Toyota Motor ha registrato un balzo del 16,68% dopo aver rivisto al rialzo le previsioni sugli utili annuali, dimostrando che le grandi case automobilistiche giapponesi restano resilienti.
Dati economici giapponesi in bilico
Il PMI dei servizi giapponesi è sceso a 51,7 punti a ottobre, rispetto ai 51,3 di settembre, ma al di sotto della stima preliminare di 52,0 fornita da S&P Global. L’indice composito della produzione è passato da 52,3 a 52,1, mantenendosi comunque sopra la soglia di 50 che indica espansione, ma segnalandone un leggero rallentamento. Questi indicatori suggeriscono che l’economia nazionale sta affrontando pressioni, ma non è ancora in recessione.
Il ribasso del petrolio e le ripercussioni sui mercati globali
Contemporaneamente, il prezzo del petrolio ha iniziato a calare, con il WTI scambiato intorno ai 100,68 dollari e il Brent a 97,3 dollari al barile. La discesa è stata spinta dalle speranze che la diplomazia tra gli Stati Uniti e l’Iran possa ridurre le tensioni nel Golfo, riducendo così il rischio di interruzioni dell’offerta energetica. Il crollo del greggio ha influito positivamente sui mercati azionari europei, dove Parigi, Francoforte e Londra hanno registrato guadagni rispettivamente dello 0,98%, 0,63% e 0,29%.
In Italia, l’indice FTSE MIB è avanzato dell’1,2% grazie al rally di titoli come Buzzi (+5,9%) e Stm (+4,3%). Anche Moncler, Campari e Amplifon hanno beneficiato della ripresa dei settori non legati al petrolio, mentre le azioni energetiche come Eni (-2,8%) e Tenaris (-1,3%) hanno subito pressioni per effetto del crollo dei prezzi del greggio.
Prospettive a breve termine
Guardando ai prossimi giorni, gli investitori resteranno vigili sulle evoluzioni delle elezioni di medio mandato negli USA, sulle eventuali decisioni regolamentari sull’AI e su eventuali sviluppi diplomatici tra gli Stati Uniti e l’Iran. Qualsiasi segnale di aggiustamento nella politica monetaria o nella domanda di energia potrebbe nuovamente spostare la bilancia tra i mercati azionari asiatici e quelli europei.
