Il recente aumento dei prezzi energetici, innescato dall’escalation tra Usa, Israele e Iran, sembra un paradosso per il settore del carbone russo: pur favorendo il prezzo del petrolio, non ha fornito un sollievo significativo alle miniere e agli esportatori. Il benchmark Brent ha oscillato attorno ai 95 dollari al barile, ben sopra i livelli precedenti al conflitto ma non sufficiente a ribaltare la situazione economica di un settore che già nel 2026 aveva registrato perdite ingenti.
Il quadro si complica perché, nonostante un picco nei ricavi energetici in marzo — con circa 24 miliardi di dollari da esportazioni energetiche — la quota derivante dal carbone è stata modesta, intorno al 5,5% secondo il Center for Research on Energy and Clean Air. Nel 2026 le aziende carbonifere russe hanno segnato perdite complessive di 408 miliardi di rubli, con circa il 67% delle imprese in perdita, segno che l’aumento dei prezzi globali non si traduce automaticamente in maggiori profitti per i produttori russi.
Perché l’aumento dei prezzi non ha aiutato
Un primo elemento è la natura stessa del mercato: il carbone termico, principale prodotto d’esportazione russo per la generazione elettrica, è una commodity con offerta più ampia e meno restrizioni rispetto a petrolio e gas. Questo significa che il balzo dei prezzi è stato più contenuto: i prezzi alla partenza dei porti dell’Estremo Oriente sono saliti da circa 79 a 97 dollari per tonnellata entro il 20 marzo, ma restano lontani dai picchi del 2026.
I margini per i produttori sono quindi rimasti compressi, anche se il valore assoluto del prezzo è cresciuto.
Competizione asiatica e barriere commerciali
Il mercato asiatico, principale sbocco per il carbone russo, presenta caratteristiche strutturali sfavorevoli: paesi come Cina, India e Indonesia sono sia grandi consumatori sia importanti produttori nazionali, con politiche di tutela della produzione interna. La politica dei dazi e le tariffe d’importazione, come quelle introdotte dalla Cina nel 2026, insieme a costi logistici inferiori per concorrenti come Australia e Indonesia, limitano la capacità della Russia di sfruttare appieno il rialzo dei prezzi.
Costi logistici e compressione dei margini
La crisi in Medio Oriente ha incattivito anche il settore dei trasporti marittimi: la chiusura di fatto dello Stretto di Hormuz e l’aumento della domanda hanno spinto in alto i costi del carburante e delle navi, erodendo i guadagni degli esportatori. Tra fine febbraio e fine marzo le tariffe di nolo dall’Estremo Oriente sono aumentate tra il 21% e il 44% a seconda della destinazione. In molti casi l’incremento dei ricavi da esportazione è stato annullato da costi di trasporto e assicurazione più elevati.
Esempio di margini reali
Secondo analisti, a febbraio gli esportatori che imbarcavano carbone dal Kuzbass attraverso i porti orientali ricevevano circa 6.424 rubli per tonnellata, ma dopo aver pagato trasporto e spese restavano solo 1.888 rubli per tonnellata. Questo scarto evidenzia come spese logistiche e commissioni possano trasformare un prezzo di vendita apparentemente attraente in un margine insufficiente a coprire i costi di produzione.
Previsioni e impatto socioeconomico
Le previsioni del governo e dei consulenti privati sono pessimistiche: il vice ministro dell’Energia, Dmitry Islamov, ha dichiarato che l’effetto della crisi mediorientale sul carbone non sarà significativo e ha stimato il potenziale aumento delle perdite fino a 575 miliardi di rubli per l’anno. Consulenti come Alexander Kotov vedono perdite comprese tra 500 e 550 miliardi di rubli. Per il 2026 le esportazioni russe di carbone sono attese in calo del 5-8%, a 195–200 milioni di tonnellate, segnalando un’ulteriore contrazione dell’attività.
Il territorio più colpito rimane la regione di Kemerovo, dove la produzione è scesa del 7% nel primo trimestre del 2026 a 46,6 milioni di tonnellate, aggravando problemi sociali ed economici in un’area già fragile dopo anni di sottoinvestimenti nei servizi pubblici. Anche se un’impennata temporanea dei ricavi può permettere il pagamento di tasse arretrate e contributi, la prospettiva di un recupero sostanziale appare remota per molte aziende.
Trend di lungo periodo: la transizione energetica
Oltre ai fattori di breve periodo, sul destino del carbone pesa la transizione energetica in Asia. Secondo la ricerca di Ember, nel 2026 le energie rinnovabili hanno superato il carbone come prima fonte di generazione elettrica globale (33,8% per le rinnovabili contro 33% per il carbone), e paesi chiave hanno ridotto la produzione da impianti a carbone: la generazione termica è calata dell’1,6% in Cina e del 3% in India. Inoltre, grandi programmi nucleari e rinnovabili — con la crescita dei reattori, gli investimenti e la politica industriale — stanno riducendo la domanda strutturale di carbone a medio termine.
Il risultato è che, anche se conflitti e shock geopolitici possono temporaneamente alzare i prezzi dell’energia, per il settore del carbone russo questi rialzi non sono sufficienti a invertire tendenze profonde: concorrenza internazionale, costi logistici, politiche commerciali e la progressiva transizione verso fonti più pulite riducono le prospettive di una ripresa duratura.