La crisi che grava sul Golfo e le ripercussioni nel Mediterraneo orientale hanno portato il governo italiano a confermare una linea netta: nessuna partecipazione diretta alle operazioni nello Stretto di Hormuz. La decisione della premier è motivata dalla volontà di evitare un coinvolgimento bellico che esporrebbe i contingenti italiani a rischi inediti e a escalation incontrollabili.
Nel frattempo le tensioni si traducono in fatti concreti: colpi e detriti hanno interessato basi europee e della coalizione, mentre Roma lavora per bilanciare la protezione dei propri soldati con gli impegni internazionali che l’Italia ha assunto nelle missioni all’estero. Il quadro operativo è complesso e richiede misure calibrate sia sul piano politico sia su quello militare.
La posizione politica: evitare l’escalation
La linea del governo è chiara: non entrare in una guerra. Il ragionamento si basa sulla valutazione che intervenire nello Stretto di Hormuz sarebbe, nella sostanza, un passo verso il coinvolgimento nel conflitto. Questa scelta è stata espressa pubblicamente dalla premier e rispecchia la posizione condivisa con il ministro degli Esteri e il ministro della Difesa, oltre alla sintonia con altri esponenti della maggioranza.
Coordinamento internazionale e rapporti con gli alleati
Pur evitando un impegno navale in Hormuz, l’Italia mantiene contatti con partner europei e internazionali, firmando dichiarazioni di preoccupazione per l’escalation in aree come il Libano e sollecitando vie negoziali. Il governo ha sottolineato come sia necessario bilanciare l’assistenza ai partner del Golfo — anche su aspetti tecnici come droni e sistemi di difesa antimissile — con la salvaguardia della sicurezza del personale italiano.
Il mosaico delle missioni italiane in Medio Oriente
La presenza militare italiana nella regione è articolata: si contano numerose missioni e un dispiegamento che comprende forze navali, aeree e di terra. L’Italia partecipa, coordina o guida iniziative multilaterali come il MTC4L, istituito nel marzo 2026 per il Libano, che vede sette membri principali e tredici associati e opera in settori di infrastrutture e capacity-building.
Basi e numeri: distribuzione e impegni
Secondo i dati disponibili, l’Italia è impegnata in decine di missioni internazionali con un dispositivo totale variabile che in passato ha contato una consistenza media di 7.750 uomini e un massimo autorizzato di 12.100. Sul piano finanziario, il costo complessivo delle missioni era stato quantificato in 1,48 miliardi di euro, suddivisi in 980 milioni per il 2026 e 500 milioni per il 2026.
Le basi più esposte e le misure di sicurezza
Alcuni siti sono stati più colpiti dalla recrudescenza delle ostilità: la base di Erbil è stata interessata da un attacco con missili o droni, costringendo il personale a rifugiarsi nei bunker; fortunatamente non si sono registrati feriti tra i 120 militari presenti. In Kuwait, la base di Ali Al Salem, con circa 300 effettivi italiani, ha subito danni agli alloggi e agli hangar in più occasioni (tra cui il 28 febbraio, il 2 marzo e la notte tra il 5 e il 6 marzo), confermando l’elevata vulnerabilità di alcuni presidi logistici.
La missione Unifil e la base di Shama
Nel sud del Libano, la missione Unifil, con circa 850 militari italiani, rimane un punto caldo: la base di Shama è il cuore logistico delle truppe italiane e ha già subito colpi negli ultimi anni. Di fronte all’aumento dei raid e dei rischi per i peacekeeper, Roma ha chiesto garanzie di sicurezza e sta valutando anche aggiornamenti alle regole di ingaggio per tutelare i propri caschi blu.
Decisioni operative e scenari futuri
Le autorità italiane hanno già avviato riduzioni programmate dei contingenti in alcuni teatri, con rimpatri e trasferimenti verso paesi limitrofi. Il ministro della Difesa ha sottolineato che la riduzione non è semplice da attuare per ragioni logistiche e di sicurezza, e spesso richiede corridoi terrestri o rotte indirette. Allo stesso tempo, l’Italia continuerà a ricoprire ruoli chiave in operazioni navali UE, come la forza Aspides, e in missioni di sicurezza marittima per proteggere il traffico commerciale.
Bilanciare impegni e tutela dei militari
Il nodo principale resta la necessità di conciliare obblighi internazionali e la protezione del personale sul terreno. Qualsiasi ulteriore passo, come l’invio di navi nello Stretto di Hormuz, è valutato alla luce del rischio di escalation e della volontà politica di non trascinare l’Italia in un conflitto aperto. Per ora, la scelta è orientata verso la prudenza e la difesa degli impegni già assunti senza ampliare il coinvolgimento operativo.