> > Processo Tupac Shakur: la verità dopo 25 anni, il ruolo di Duane Davis

Processo Tupac Shakur: la verità dopo 25 anni, il ruolo di Duane Davis

Processo Tupac Shakur: la verità dopo 25 anni, il ruolo di Duane Davis

Dopo 25 anni, il processo a Duane 'Keffe D' Davis per l'omicidio di Tupac Shakur rivela nuovi dettagli sull'agguato del 1996.

Il caso dell’omicidio di Tupac Shakur, uno dei più celebri e controversi della storia del rap, ha finalmente trovato un imputato. Duane ‘Keffe D’ Davis, ex capo di una gang, è stato riconosciuto colpevole di aver organizzato l’agguato in cui il rapper perse la vita il 7 settembre 1996. Un processo lungo e complesso, che ha visto la luce dopo decenni di indagini e teorie contrastanti.

Davis, attualmente in carcere dal 2023 con l’accusa di omicidio di primo grado, ha annunciato di voler fare ricorso dopo la lettura della decisione della giuria. La vicenda, che ha tenuto banco per anni, ha finalmente trovato una svolta giudiziaria, anche se le ombre rimangono numerose.

La notte dell’omicidio: cosa accadde veramente

Per comprendere appieno il processo, è necessario tornare alla notte del 7 settembre 1996. Tupac Shakur e Suge Knight erano a Las Vegas per assistere all’incontro di boxe tra Mike Tyson e Bruce Seldon. Poco dopo il match, all’interno dell’MGM Grand, Shakur e alcuni membri del suo entourage aggredirono Orlando ‘Baby Lane’ Anderson, nipote di Davis e membro dei South Side Compton Crips.

Questo episodio si inseriva nel contesto delle tensioni tra le gang legate alla Death Row Records.

Poche ore più tardi, mentre Shakur e Knight viaggiavano su una BMW nera lungo Las Vegas Boulevard, una Cadillac bianca con quattro uomini a bordo si affiancò alla loro auto. Dalla Cadillac partirono diversi colpi: Shakur venne raggiunto quattro volte e morì sei giorni più tardi in ospedale, a soli 25 anni. Knight, che era alla guida, riportò una ferita alla testa ma sopravvisse. I tre uomini che, secondo gli investigatori, si trovavano nella Cadillac insieme a Davis sono morti negli anni successivi e nessuno di loro è mai stato processato per l’omicidio.

Le prove e le dichiarazioni di Davis

Per quasi tre decenni l’inchiesta è rimasta senza un imputato. Davis, tuttavia, non era una figura sconosciuta agli investigatori. Nel 1998 e nel 1999 aveva parlato con le autorità federali nell’ambito di indagini sulla criminalità organizzata e sull’omicidio di The Notorious B.I.G, negando allora qualsiasi coinvolgimento nell’uccisione di Tupac. Nel 2008, durante un nuovo contatto con gli investigatori, Davis fornì invece una ricostruzione dettagliata dell’agguato a Shakur.

Quella registrazione è oggi uno degli elementi centrali del processo. Nel 2008 Davis raccontò di essere stato sul sedile anteriore della Cadillac, di aver procurato una pistola calibro.40 e di averla passata verso il sedile posteriore. Secondo la sua versione, Orlando Anderson prese l’arma e sparò contro la BMW di Shakur e Knight. La svolta pubblica arrivò però anni dopo. A partire Davis iniziò a parlare apertamente della vicenda e pubblicò Compton Street Legend, nel quale raccontò di essere stato nella Cadillac e di aver fornito l’arma utilizzata nell’agguato.

Le dichiarazioni contrastanti e le prove

Le dichiarazioni di Davis non sono state sempre coerenti. La difesa ha cercato di impedire l’utilizzo in aula sia del memoir sia delle dichiarazioni rese alla polizia nel 2008 e nel 2009, sostenendo tra l’altro che il libro fosse stato romanzato e che Davis ritenesse coperte da garanzia di non perseguibilità alcune delle sue conversazioni con gli investigatori. A giugno il giudice Carli Kierny ha stabilito che Compton Street Legend poteva essere utilizzato come prova, ritenendo che Davis avesse adottato come proprie le dichiarazioni contenute nel libro. A luglio ha inoltre autorizzato l’utilizzo della registrazione dell’intervista del 2008.

La strategia della difesa è quindi particolarmente netta: Davis oggi si dichiara non colpevole e il suo avvocato Michael Sanft sostiene che le precedenti dichiarazioni siano inattendibili, frutto dell’esagerazione con cui il suo assistito avrebbe cercato notorietà, attenzione e vendite. L’accusa, al contrario, sta cercando di utilizzare quelle stesse dichiarazioni come una sorta di filo rosso che collega le diverse fasi della vicenda.

Chi sparò a Tupac?

Il 20 agosto è arrivato uno dei passaggi più importanti della prima settimana: i giurati hanno ascoltato la registrazione del 2008 nella quale Davis descriveva la dinamica dell’agguato. Nel suo racconto, dopo aver passato la pistola a DeAndre ‘Big Dre’ Smith, che non avrebbe voluto prenderla, l’arma sarebbe finita nelle mani di Anderson, che avrebbe quindi aperto il fuoco.

La versione del 2008 non coincide perfettamente con un’altra ricostruzione emersa nel procedimento: un testimone aveva riferito al grand jury che Anderson non avrebbe avuto una visuale sufficiente per sparare e che sarebbe stato DeAndre Smith a prendere l’arma e a fare fuoco. Anderson, dal canto suo, non è mai stato incriminato per l’omicidio e ha negato il proprio coinvolgimento prima di morire nel 2008 in una sparatoria avvenuta in California.

Le prime udienze hanno mostrato anche quanto sia difficile ricostruire un delitto di trent’anni fa. Sono stati ascoltati investigatori, ex membri dell’ambiente Death Row e persone che conoscevano le dinamiche tra le gang coinvolte. Alcuni testimoni hanno mostrato una forte riluttanza a parlare, mentre diversi protagonisti della vicenda sono morti negli anni successivi.

Tra i testimoni è comparso anche James ‘Mob James’ McDonald, ex collaboratore di Suge Knight, che ha dichiarato di non voler contribuire a mandare un altro uomo in carcere rispendendo al mittente le diverse domande sugli eventuali responsabili dell’omicidio, arrivando a chiedere di essere trattato come un testimone ostile.

In aula sono state inoltre mostrate le immagini dell’aggressione ad Anderson all’MGM Grand e quelle dell’autopsia di Shakur. La patologa forense Lisa Gavin ha confermato che la morte fu provocata dalle ferite d’arma da fuoco e classificata come omicidio.

L’accusa deve dimostrare che Davis ebbe un ruolo nella pianificazione e nell’esecuzione dell’agguato e che le sue dichiarazioni, insieme agli altri elementi raccolti dagli investigatori, siano sufficienti a provare la sua responsabilità oltre ogni ragionevole dubbio. La difesa punta invece sull’assenza di una prova diretta e sulle contraddizioni delle versioni fornite da Davis nel corso degli anni.

Davis sta finalmente raccontando ciò che accadde quella notte oppure ha costruito negli anni una storia sulla propria partecipazione all’omicidio? Sarà la giuria, sulla base delle prove emerse in aula, a stabilire quale delle due versioni sia credibile.

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