Nel discorso sullo Stato dell’Unione del 17 settembre, la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha annunciato il Eu Kids Act una proposta normativa mirata a tutelare i bambini europei dall’uso incontrollato dei social media. Il provvedimento nasce in risposta a dati che mostrano giovani che trascorrono da quattro a sei ore al giorno davanti a uno schermo, spesso incastrati in feed progettati per generare dipendenza.
Le norme chiave dell’Eu Kids Act
Il cuore della legge prevede tre tappe fondamentali legate all’età. Nessun social media è consentito ai minori sotto i 13 anni. Tra i 13 e i 15 anni è possibile aprire soltanto dei “miniaccount“, creati e direttamente gestiti dai genitori o dai tutori, con funzionalità ridotte e un tempo massimo di utilizzo di un’ora al giorno.
A partire dai 15 anni gli adolescenti possono accedere a piattaforme a loro nome, ma solo se queste hanno implementato una progettazione sicura per l’età ovvero il “safety by design” richiesto dalla normativa.
Divieti tecnici e “safety by design”
Oltre alle soglie di età, il provvedimento impone il divieto di funzionalità che alimentano la dipendenza: niente scrolling infinito, nessun meccanismo di ricompensa automatica, né notifiche push durante le ore di sonno.
I profili dei minori devono essere privati per impostazione predefinita, con fotocamera, microfono e geolocalizzazione disattivati. Inoltre, le piattaforme dovranno fornire strumenti semplici per bloccare e silenziare altri utenti, gestire il tempo di utilizzo e proporre sistemi di raccomandazione controllabili dagli adolescenti.
Reazioni istituzionali e della società civile
Von der Leyen ha definito la situazione attuale una “colossale cattura” dell’attenzione dei ragazzi, citando il caso drammatico di Oléa, una ragazza belga di 14 anni suicida a causa del bullismo online. La presidente ha sottolineato che la democrazia richiede che i genitori riacquistino il potere di decidere quando i propri figli possono accedere ai social. Parallelamente, associazioni di genitori provenienti da 21 Paesi europei, tra cui Smartphone Free Childhood Italia e la Fondazione Patti Digitali, hanno inviato una lettera aperta chiedendo di alzare l’età minima a 16 anni e di eliminare il consenso genitoriale come garanzia di sicurezza.
Inversione dell’onere della prova
Una delle innovazioni più discusse è il ribaltamento dell’onere della prova: saranno le piattaforme a dimostrare, con prove tecniche, che i loro servizi sono adeguati all’età dei minori e privi di meccanismi dannosi. Questo segna un passaggio da una tutela affidata al singolo genitore a una responsabilità collettiva delle grandi tech, che dovranno certificare la conformità alle richieste dell’UE prima di poter offrire i propri prodotti a utenti sotto i 18 anni.
