Milano è una città di democrazia e di pace, schierata contro ogni forma di aggressione e di violenza, di terrorismo e di totalitarismo. Nella fermissima condanna delle politiche di Benjamin Netanyahu, riteniamo, da un lato, di continuare le interlocuzioni con chi in Israele è critico verso ciò che sta accadendo e, dall’altro, di rinforzare il sostegno e gli aiuti alle persone e alle comunità che sono martoriate dalle aggressive politiche del governo israeliano.
Per questo vogliamo rilanciare le iniziative concrete su Gaza che sono già in atto in particolare con MM. Perché, usando le parole di chiusura della lettera del Sindaco di Tel Aviv, la democrazia è l’impegno profondo a continuare a dialogare, a continuare a costruire e a continuare a sperare”.
Nella sua lettera, il sindaco di Tel Aviv Ron Huldai diceva all’omologo di Milano che “Tel Aviv e Milano hanno scelto il dialogo al posto del silenzio, la collaborazione al posto dei boicottaggi e i ponti al posto dei muri.
In Israele oggi, stiamo affrontando dibattiti difficili. C’è dolore, c’è protesta e c’è una lotta per il carattere stesso della nostra società. Tel Aviv è al centro di questa lotta: non contro il proprio Paese, ma per la sua anima democratica; non per l’isolamento, ma per un futuro definito dalla libertà, dai controlli e dagli equilibri, dalla speranza e dalla capacità di trovare un terreno comune anche quando siamo in disaccordo”. E lancia un appello: “Vi chiedo di schierarvi con coloro che credono che, anche adesso, la strada giusta sia quella di mantenere il legame. Schieratevi con coloro che credono nella collaborazione. Schieratevi con coloro che rifiutano di trasformare il disaccordo in un boicottaggio, o il dolore in una rottura. Perché la democrazia non è uno stato di costante accordo; è l’impegno profondo a continuare a dialogare, a continuare a costruire e a continuare a sperare”.
Fiano: “Bisognerebbe fare di Milano e Tel Aviv due città della pace”
La notizia arriva mentre Emanuele Fiano risponde e chiude, almeno per ora, una discussione che nelle ultime settimane ha attraversato la politica milanese. Non chiude però il conflitto politico che quella discussione ha aperto.
Per l’esponente del Partito Democratico, la proposta di sospensione resta “profondamente sbagliata”. Il punto, spiega, non è difendere un governo, ma evitare una confusione che considera pericolosa: quella tra governo e società. “Anche chi è totalmente contrario alle scelte del governo Netanyahu, alla guerra e alle sue conseguenze, non deve interrompere i rapporti con la società civile israeliana. In Israele ci sono posizioni diverse, favorevoli e contrarie. Questa contrarietà si è espressa in centinaia di manifestazioni, alcune ancora in corso, contro la guerra, per il ritorno degli ostaggi, e prima ancora contro le riforme istituzionali. E hanno sempre avuto al centro Tel Aviv. Lo stesso sindaco di Tel Aviv si è espresso più volte criticamente contro le politiche del governo. L’errore è quello di chiudere le porte a Israele invece di esercitare, come si esercita anche verso altri paesi, una critica verso il governo o i provvedimenti” ha precisato lo storico esponente del Pd.
Questa distinzione diventa anche una critica interna al Partito Democratico. Fiano parla di “deficit di conoscenza della società israeliana”, una realtà viva e pluralista: “Io penso che ci sia un deficit di conoscenza della società israeliana. Basterebbe leggere i giornali israeliani, molti anche in inglese, per capire quanto è viva la democrazia israeliana. Dentro i confini del 1967 c’è democrazia, diritto di voto, pluralismo politico. Ci sono due partiti arabi alla knesset; ovviamente, c’è una diversità tra gli abitanti palestinesi di Israele, che sono circa ormai 2 milioni e mezzo, e gli altri perché gli abitanti palestinesi di Israele se vogliono, cosa che accade quasi sempre, non svolgono il servizio di leva militare; tuttavia, Israele è un posto dove ci sono rettori di università e primari di ospedale palestinesi. Un altro tema è se esista la democrazia in Cisgiordania: non ho problemi a dire che in Cisgiordania non vi è democrazia per i palestinesi. I palestinesi sono sottoposti a una giurisdizione che non è la stessa civile che giudica i cittadini israeliani e non votano. Però, nella società israeliana ci sono posizioni politiche eterogenee; basta leggere i comunicati dell’opposizione su determinate scelte di Netanyahu. Si vede anche nella recente presa di posizione della Corte Suprema su Ben Gvir.”
Nel suo ragionamento entra anche una proposta politica: “Bisognerebbe fare di Milano e Tel Aviv due città della pace, che dialogano e tengono aperte le porte, anche per favorire un confronto tra israeliani e palestinesi.”
Il disagio con il Pd non si limita al gemellaggio. Fiano richiama anche la posizione del partito sulla legge contro l’antisemitismo, definendo “una macchia” l’astensione di una parte dei senatori democratici. La legge, afferma, è necessaria, pur potendo essere migliorata: “Si possono fare miglioramenti, si possono scrivere emendamenti per chiarire che la critica al governo Netanyahu non è antisemitismo; è una cosa che nessuno ipotizza ma è meglio essere chiari. Ma non approvarla sarebbe una macchia per un partito che è sempre stato contro ogni forma di discriminazione.”
Sul piano personale, la posizione resta aperta. Fiano chiude con una frase che sintetizza il suo rapporto con il partito: “Io cerco di far ragionare le persone all’interno del mio partito. Se un giorno verificassi che non riesco a farle ragionare, metterei in discussione un’esperienza politica trentennale. Ancora non ho deciso questo.”
Daniele Nahum: “Una strategia del PD di andare incontro alle piazze pro-Palestina”
Daniele Nahum
Se Fiano guarda al Pd, Daniele Nahum (consigliere comunale, ex PD) parte dalla città. A giudizio del consigliere comunale di Azione (nel gruppo Riformisti Lavoriamo per Milano con Sala), esiste una “chiara strategia” del Pd di andare incontro alle piazze pro-Palestina, senza prendere posizione quando in quelle stesse piazze si esprimono parole di odio contro gli ebrei: “C’è una chiara strategia del Pd di andare incontro alle piazze pro-Palestina. Ma quando in quelle piazze si sentono parole di odio contro gli ebrei, non ho mai sentito esponenti del Pd dire qualcosa.”
Secondo Nahum, quella che oggi viene proposta sul gemellaggio è la traduzione locale di una linea nazionale che si è radicalizzata: “Quella che vediamo oggi è la traduzione locale di una linea nazionale che si è radicalizzata. Sembra la linea di un collettivo di centro sociale, non di un grande partito riformista.” Il riferimento è anche al linguaggio utilizzato in Consiglio comunale, dove alcuni esponenti dem hanno parlato di “genocidio”. Una scelta che, a suo avviso, segna uno scarto politico preciso.
Sul piano amministrativo, però, il quadro reale è diverso da quello raccontato nel dibattito pubblico: “Da quello che ho capito, in giunta solo i Verdi erano favorevoli alla sospensione del gemellaggio.”
In questo contesto, il ruolo del sindaco viene letto in chiave politica: “Sala è stato molto coraggioso. Aveva contro una parte importante della maggioranza.”
Nahum ricostruisce anche l’origine della richiesta di sospensione: “Dentro quella mozione c’era scritto che, in caso di violazione della tregua, si sarebbe dovuto sospendere il gemellaggio. Secondo una larga parte del centrosinistra milanese la tregua è stata violata. Nel resto del mondo la tregua è considerata ancora formalmente in piedi, altrimenti la guerra sarebbe già riesplosa.”
Per lui, la direzione dovrebbe essere opposta: “Non chiudere, ma usare il gemellaggio per avvicinare le posizioni. Mettere intorno a un tavolo Tel Aviv e Betlemme, come a Madrid nel 1991, che poi portò agli Accordi di Oslo.”
E chiude con una domanda che resta aperta: “I Verdi avevano detto che avrebbero votato contro ogni provvedimento della maggioranza. Ora cosa faranno?”
La vicenda si allarga così al quadro politico milanese. Nahum legge questo passaggio come potenzialmente decisivo per gli equilibri del centrosinistra. Conferma che la sua area non parteciperà alle primarie del Partito Democratico e prevede che quelle primarie saranno “una resa dei conti interna al partito”.
Lo scenario, però, resta aperto e tutt’altro che definito: “Noi non parteciperemo alle primarie del Pd. Saranno una resa dei conti interna. Se ci fosse una candidatura come quella di Calabresi, sarebbe una candidatura naturale. Ma se si dovesse arrivare a uno scenario con una sinistra più radicale da una parte e dall’altra il centrodestra con Maurizio Lupi, allora noi valuteremo un’ipotesi terza.”
Nahum non esclude quindi un riposizionamento più ampio, che potrebbe coinvolgere anche altri attori politici: “Ho fatto appello anche a Forza Italia a staccarsi e lavorare su un progetto diverso. Siamo pronti a tutte le opzioni. Oggi il centrodestra a Milano è talmente debole che fatica a esprimere una candidatura riformista e liberale.”
Il riferimento è anche al profilo politico che emerge da alcune posizioni più radicali a destra: “Se il dibattito si sposta su temi come la ‘remigrazione’ proposta dalla leghista Silvia Sardone, è evidente che serve un’altra proposta.”
Da qui l’ipotesi, sempre più esplicita, di una candidatura alternativa: “Vediamo cosa accade negli schieramenti. Noi stiamo lavorando per proporre una candidatura terza.”
Nel passaggio dal caso del gemellaggio al quadro politico più ampio, il filo resta coerente. Per Fiano il rischio è che nel Pd si perda la capacità di distinguere Israele dal suo governo. Per Nahum, il rischio è che entrambi i poli smarriscano una postura riformista. In mezzo, la decisione di Sala tiene aperto il rapporto tra le città, ma lascia intatta la frattura politica che il caso Tel Aviv ha ormai reso evidente.