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Tassi di interesse e mercati azionari: come i rendimenti obbligazionari guidano le quotazioni

Come i rendimenti obbligazionari influenzano le quotazioni finanziarie

I mercati azionari continuano a dimostrare come il vero fattore di orientamento delle valutazioni non siano tanto gli utili nel breve periodo, quanto l’andamento dei tassi di interesse e dei rendimenti obbligazionari.

Un elemento che spesso sfugge a una lettura superficiale è l’effetto moltiplicativo che una variazione anche modesta dei rendimenti dei titoli di Stato può avere sulle borse. Un movimento di un solo punto percentuale nei bond yield è in grado di generare oscillazioni nell’ordine del 10% sui mercati azionari, mentre una crescita degli utili aziendali del 10% produce, in media, un impatto molto più contenuto sulle quotazioni, compreso tra l’1% e il 3%.

La spiegazione è di natura finanziaria. I rendimenti obbligazionari influenzano direttamente il tasso di sconto utilizzato per attualizzare tutti i profitti futuri di un’azienda, non soltanto quelli dell’anno in corso o del successivo. Quando il tasso di sconto scende, il valore attuale dei flussi di cassa aumenta in modo significativo, soprattutto per quelle società la cui redditività è attesa nel medio-lungo periodo. Questo meccanismo rende i mercati estremamente sensibili alle aspettative sulle politiche monetarie, spesso più che alle dinamiche congiunturali immediate.
Il 2023 rappresenta un esempio emblematico di questo fenomeno. A fronte di previsioni diffuse di recessione e di un contesto macroeconomico percepito come fragile, i mercati azionari europei hanno chiuso l’anno con performance ampiamente positive. Il calo dei rendimenti obbligazionari ha più che compensato le incertezze economiche, sostenendo le valutazioni e favorendo una rivalutazione degli asset rischiosi. Ancora una volta, la direzione dei tassi si è dimostrata determinante nel definire l’andamento dei mercati.
Guardando al 2026, lo scenario che si delinea nel Regno Unito è coerente con questa dinamica. Il rallentamento dell’inflazione e la prospettiva di possibili tagli dei tassi da parte della banca centrale potrebbero spingere i rendimenti dei gilt dall’attuale area del 4,5% verso il 4%. Una discesa di questa entità non avrebbe un impatto uniforme su tutti i segmenti di mercato, ma tenderebbe a favorire in modo selettivo alcune categorie di titoli.
In particolare, i titoli growth appaiono i principali beneficiari di un contesto di tassi in calo. Queste società concentrano gran parte dei profitti attesi in un futuro più lontano e sono quindi più sensibili alla riduzione del tasso di sconto. Al contrario, i titoli value, che generano utili più stabili e ravvicinati nel tempo, risultano meno esposti all’effetto leva dei tassi di interesse. In uno scenario di rendimenti in discesa, la differenza di sensibilità può tradursi in una sovraperformance significativa del segmento growth.
Le stime indicano che, qualora i rendimenti britannici scendessero verso il 4%, i titoli growth del mercato inglese potrebbero sovraperformare i value di circa cinque punti percentuali nell’arco dei successivi dodici mesi. In Europa continentale la dinamica è simile, ma presenta alcune variabili aggiuntive. In Germania, in particolare, l’aumento della spesa fiscale potrebbe limitare il calo dei rendimenti dei Bund, attenuando l’effetto di rotazione da value a growth e rendendo il quadro meno lineare rispetto a quello britannico.
Nel complesso, il contesto che emerge suggerisce un ritorno della centralità dei tassi di interesse nella costruzione dei portafogli. Più che puntare esclusivamente sulla crescita degli utili o sulle prospettive macroeconomiche, gli investitori saranno chiamati a valutare con attenzione la sensibilità dei diversi segmenti di mercato alle variazioni dei rendimenti. In un ciclo caratterizzato da politiche monetarie meno restrittive, la selettività geografica e settoriale diventa un elemento chiave per cogliere le opportunità e gestire i rischi in modo efficace.