La felicità secondo Aristotele e Immanuel Kant

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La felicità secondo Aristotele e Immanuel Kant

Ci viene insegnato in tenera età che siamo in cerca della felicità, ma nessuno sa veramente cosa sia. Da bambini, la felicità può essere facilmente raggiunta giocando con i giocattoli e i compagni di scuola. Da bambini, il nostro concetto di felicità è minimo. Col passare degli anni, il nostro concetto di felicità si amplia. Ci hanno insegnato a pensare che se nella vita riusciamo in qualcosa, ad esempio negli studi, nel lavoro, se siamo bravi nelle relazioni sociali, allora significa che stiamo cercando di essere felici. Alcune persone cercano la felicità attraverso la religione, o un leader spirituale: “Chi confida nel Signore è felice” (Proverbi 04:07). Sembra che ognuno abbia la propria idea di ciò che lo rende felice. l’idea di raggiungere la felicità è radicata in noi e costituisce lo scopo della nostra esistenza. Per trovare la felicità, dobbiamo vivere l’intera vita? Che cosa ci dà felicità? E meglio ancora, dove si trova la felicità? Quest’ultima è una domanda che è stata formulata da molti grandi pensatori.

Aristotele e Kant avevano un bel pò da dire sull’argomento. Entrambi questi noti filosofi hanno tracciato una vera e propria mappa, per così dire, che porta alla felicità. Eppure, le loro teorie differiscono in ultima analisi sul “come fare” per raggiungere la felicità.

Aristotele credeva che la felicità fosse un fine da raggiungere. E’ il fine a cui ci fanno arrivare tutte le azioni virtuose. La felicità può essere un bene, o un insieme di beni che rendono la vita degna di essere vissuta. Aristotele dice che ci sono due caratteristiche che devono essere presenti nella nozione di felicità. La prima è che deve essere un fine e non un mezzo. Ad esempio, mi rendo conto che se sono allegro, posso fare soldi, in altre parole, posso fare soldi se ho un carattere allegro. In definitiva, il mio obiettivo è quello di fare soldi, quindi secondo Aristotele, la mia felicità si trova nelle ricchezze, non certo nella mia apparente allegria.

Dato che ho scoperto che grazie alla mia allegria (che non è la stessa cosa di essere felice) ho potuto fare i soldi: acquisisco quindi un atteggiamento allegro per ottenere ricchezze. Aristotele, comunque, non è d’accordo, perché il mio obiettivo finale è di ottenere ricchezze, non è di essere felice.

La seconda è che la felicità è il fine ultimo, uno scopo, una ragione di vita che va ricercata nella sua essenza, per quello che è veramente e non deve essere ricercata per ottenere qualcos’altro. Aristotele menziona specificamente la vita di gratificazione (piacere, comforto ecc.), la vita del far soldi, la vita del far politica, e la vita filosofica, vale a dire la vita di contemplazione o di studio. Egli non ha la pazienza di condurre una vita dedita a far soldi o una vita di gratificazione. Eppure, Aristotele è d’accordo con il fatto che fa piacere vivere una vita di comodità.

Egli scrive anche che è solo attraverso le virtù che la felicità può essere sperimentata.

Le virtù sono abitudini dell’anima che ci permettono di agire bene, ossia per il bene di tutto ciò che è bello e nobile. Aristotele dice che le azioni virtuose esprimono la verità. Esse si acquisiscono attraverso la pratica e l’assuefazione. Si diventa virtuoso agendo virtuosamente, cioè agendo con comportamenti da persona virtuosa, facendo quello che si dovrebbe aò momento giusto e nel modo corretto. L’uomo virtuoso apprende il piacere di agire virtuosamente ( quindi, capiamo che non abbiamo acquisito una certa virtù quando eseguendo delle azioni associate a tale virtù, non traiamo piacere da quelle azioni, ma al contrario, ci provocano indifferenza o insoddisfazione ). Allo stesso modo, la finzione e la falsità non ci allontanano dalla virtù. Una persona può acquisire cattive e buone abitudini. La virtù è difficile da raggiungere, dato che se ci limitiamo a seguire le nostre inclinazioni, non riusciamo a realizzare il nostro obiettivo, che è quello di raggiungere la virtù e quindi la felicità.

Anche se desideriamo la felicità, le nostre inclinazioni innate, spesso ci portano lontano dalla nostra vera felicità. Alcune persone non diventeranno mai virtuose, perseguendo solo cose effimere e che le fanno sentire momentaneamente bene. L’ Autogratificazione non dovrebbe essere il bersaglio diretto delle nostre azioni. E ‘impossibile raggiungere la felicità senza perseguire ciò che è giusto e virtuoso. Le virtù intellettuali e morali sono necessarie e devono essere la prassi da seguire. Ci sono delle regole che definiscono cioò che è virtuoso e ciò che non lo è. Ognuno di noi è in grado di essere virtuoso, ma non tutti lo diventeranno, perchè non è cosa semplice percorrere la strada della virtù.

Una persona non nasce virtuosa, anche se al momento della nascita, una persona è dotata di il buon senso. Ma questo buon senso impara ad usarlo solo dopo molti anni di studio. È importante notare che ci vuole tempo per imparare, e per poter far accrescere in noi le virtù. Ad esempio, un bambino a causa della sua giovane età non ha vissuto le necessarie esperienze che sono indispensabili per poter essere virtuosi.

Aristotele scrisse che una vita di piacere, una vita dedita alla politica, e una vita di studio sono essenziali per una vita a 360 gradi. Vivere una vita in totum senza mai perdere di vista questi obiettivi. Perseguire i nostri obiettivi senza mai smarrire la strada della virtù significa raggiungere la felicità. In altre parole, abbiamo la responsabilità di fare ciò che vale la pena di fare, così come fare ciò per cui siamo più portati. Questo ci porterà al bene supremo, che è il fine ultimo, ovvero la felicità. Ad esempio, la ricerca della ricchezza è stata esclusa perché il denaro serev solo a comprare qualcosa, ma non la felicità. I soldi che vengono spesi ci danno l’impressione di essere felici, però ciò che si compra con la materia non può darci la felicità.

Secondo Immanuel Kant, la strada che conduce alla felicità non è nè bianca nè nera. Kant pensava che il mezzo per arrivare alla felicità non poteva essere chiaramente conosciuto. Kant credeva che ci fosse troppa ambiguità nella definizione di felicità, perchè essa è personale, ed è per questo che la felicità non può eesere definita come tale in base alla moralità. Kant insisteva sul fatto che non possiamo mai valutare con precisione se un’azione è buona o giusta, ed è per questo che i i suoi effetti non possono incidere sulla nostra felicità. Pensava che l’ essere umano non fosse in grado di arrivare al concetto di felicità con la propria ragione. La felicità è un qualcosa d’indefinito, perchè un essere umano non saprà mai, fino in fondo, quali sono i suoi veri desideri, ciò che può renderlo veramente felice. Al posto di cercare la felicità, Kant credeva che sarebbe stato più opportuno seguire la legge morale cotruita dalla ragione. Kant dice che questo è l’imperativo categorico a cui ciascuno di noi dovrebbe sottoporsi. Egli dice che quello che dovremmo seguire è un obbligo morale e ritiene che ciò sia l’imperativo categorico. L’imperativo categorico è il dichiarato obbligo morale, il principio della mia azione (la mia “massima”nel dizionario kantiano). L’imperativo categorico si riferisce al principio che tutti i principi della nostra azione (massime) potrebbero diventare leggi universali.

La felicità è un concetto troppo indefinito ed empirico per fungere da motivazione di obbligo morale. Non ci sono due persone che condividono esattamente gli stessi gusti. Né tutti condividono gli stessi interessi e obiettivi. Semplicemente, ciò che rende una persona felice non necessariamente ne rende un’altra felice. Dopo tutto siamo persone con esperienze diverse e l’esperienza è necessaria per raggiungere la felicità. In altre parole, non posso sapere che cosa mi farà felice da solo a pensarci. Kant dice che non è possibile conoscere a priori se un’azione può farci essere felici. Il desiderio di essere felici non può servire come motivazione per determinare la nostra volontà di fare questa o quell’azione. Il nostro desiderio di essere felici non può essere completamente conosciuto. La felicità non è positiva se non viene prima qualificata. Secondo Kant l’unica cosa positiva che non necessità di qualifica è un buon desiderio. Il talento, il carattere può sfociare nella corruzione. Un buon desiderio non può essere corrotto ed è di per se stesso positivo, buono.
Un buon intento/desiderio è motivato dal dovere. Quando le azioni di una persona si svolgono per mezzo di un dovere, ebbene esse stanno sfoggiandoi un desiderio positivo. Alcune persone gioiscono nel fare bene, ed altre traggono profitto dal bene, ma la giustizia che risiede nelle persone viene mostrata solo quando queste ultime fanno bene, non per inclinazione, ma per l’amore del dovere. Secondo Kant il buon intento fa parte della natura umana e può essere controllato, la felicità, no.

Per Kant la felicità non è universale, ed è un concetto troppo indefinito. Le persone dovrebbero meritare la felicità, piuttosto che desiderarla.

Kant definisce la felicità come “coscienza della gradevolezza della vita che senza interruzione accompagna tutta la sua esistenza di essere razionale”. Egli sostiene che l’uomo, in qualità di essere razionale ha determinate esigenze che desidera soddisfare. Quindi, un essere cosciente con bisogni da soddisfare vuole necessariamente ottnere la felicità, la soddisfazione di quei bisogni. Su questo punto sia Kant che Aristotele si trovano d’accordo. Aristotele utilizza il desiderio di felicità come base della sua etica. In qualità di essere razionale e pensante, che ha desideri, , l’uomo, può essere felice solo svolgendo una vita pensata in maniera razionale. La virtù della saggezza, e le altre virtù come la temperanza, il coraggio, la giustizia, e l’amicizia permettono ad una persona di vivere la vita in maniera ponderata, una vita in cui tutte le esigenze vengano soddisfatte nel più armonioso modo possibile.

La felicità molte volte sembra essere sfuggente. Non molti di noi possono dire di essere veramente felici. la mappa della felicità tracciata da Aristotele è una mappa di una vita pianificata, piena di continua ispirazione verso obiettivi che soddisfano le nostre esigenze, dai quali ne consegue il piacere. La virtù etica è completa quando è combinata alla saggezza pratica.

Lungo il sentiero della vita, se un essere umano sceglie con cura il suo cammino, elaborando un piano di vita e di studio, ne conseguità un’esistenza completa. Aristotele è consapevole che la felicità è il fine delle cose che si possono ottenere attraverso le nostre azioni. Ci deve essere un fine a un’azione, altrimenti si cntinuerebbe all’infinito a cercare. Non ci sarebbe motivo di raggiungerlo, perché non potrebbe mai essere pienamente raggiunto. E ‘attraverso l’abitudine che la virtù matura. La strada per la felicità non finisce mai, e dura per tutta la vita.

Kant, d’altra parte, trova difficoltà nel convalidare la teoria che una brava persona, compassionevole, empatica possa veramente avere la virtù morale. Se una persona dà algi altri, continuamente, disinteressatamente, per tutta la vita, è rischioso. Sicuramente, secondo kant, c’è il rischio che questa persona possa essere usata per il fatto che tutti sanno che è generosa e gentile, e alla fine ella smetterà di dare, smarrendo la strada della generosità e del dovere, Kant dice ancora che fare qualcosa per inclinazione non è moralmente puro, perchè la purezza sta solo nella consapevolezza e nel dovere.

In conclusione, non c’ è nulla di sbagliato se ci sentiamo bene con noi stessi. Quando una persona è in sintonia con gli altri, indipendentemente se questo sentimento proviene dal senso del dovere, o dalla voglia, si sta dando sfoggio di virtù morale. E’ moralmente giusto prendersi cura degli altri e servire la nostra comunità. Secondo Aristotele, queste sono attività virtuose, e una vita che comprenda tali attività, porta alla felicità. Aristotele dice, “l’ eccellenza diventa abitudine”. Siamo tutti nati con la capacità di ricevere le virtù morali, è quindi attraverso “l’abitudine nel fare bene” che si raggiunge la felicità.

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