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Migranti: malaria a Milano e la Francia chiude la frontiera

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Migranti: malaria a Milano e la Francia chiude la frontiera

Già nei giorni scorsi la situazione sul fronte migranti si era mostrata critica, ma, ora, il rischio è di sprofondare nell’allarme sociale e sanitario.

Che ricorrano o meno le condizioni reali per un tale scenario può anche considerarsi secondario, perché la risposta, specie in campo sociale, in questi casi, è spesso guidata dalla percezione istintiva. Degli ultimi 500 (circa) migranti giunti e accolti alla Stazione Centrale di Milano lo scorso venerdì si è occupato il presidio sanitario promosso dalla Regione Lombardia, rilevando 30 casi di scabbia o altre malattie della pelle e un caso di malaria, su un uomo proveniente, sembra, dall’Eritrea.

“Sono numeri che aumenteranno”, ha spiegato il direttore del servizio igiene dell’Asl, Giorgio Ciconali.

La popolazione italiana e le istituzioni, a Milano e in tutta la penisola, hanno finora mostrato la massima disponibilità possibile, ma, da ora in avanti, buona volontà e solidarietà potrebbero non bastare.

Per giunta, arriva da Ventimiglia la notizia di uno schieramento della polizia francese sul confine, allestito per bloccare il transito di migranti verso il resto d’Europa.

La violazione del patto di Schengen è palese, secondo alcuni, mentre, secondo altri, Parigi sta solo mettendo in atto le misure previste dagli accordi di Dublino.

A nulla valgono le parole di Jean Claude Juncker, il quale ha sottolineato che “se la solidarietà europea ha una chance di manifestarsi con fermezza e generosità è sull’immigrazione”, chiarendo che “i governi devono ripartirsi in modo equo e solidale chi chiede protezione internazionale. Persone che non possono essere lasciate alle sole cure di Italia, Grecia, Spagna e Malta. E’ un problema di ciascun europeo”.

La questione è molto complessa e la soluzione di riallocare i migranti al momento presenti sul suolo, fra gli altri, italiano, sarà discussa nel prossimo vertice del 25 e 26 giugno e, sulla sua possibile conclusione, per ora ci sono solo indizi.

In primo luogo, finora, la presidenza lettone del Consiglio Europeo non ha certo spinto per promuovere la valutazione della questione.

All’interno del Consiglio Europeo, poi, potrebbe essersi già formata una minoranza (Paesi baltici, Ungheria, Repubblica Ceca, Slovacchia) di dimensioni tali da portare a un veto in grado di bloccare qualunque piano di ricollocazione.

Per contro, dovrebbe essere possibile la formazione di una maggioranza qualificata in grado di promuovere la riallocazione in ogni caso, solo che tale maggioranza sussisterebbe solo secondo i criteri del trattato di Lisbona, e non secondo quelli del trattato di Nizza, che potrebbe valere fino al 2017.

Il quadro generale induce a pensare che il richiamo alla solidarietà potrebbe non avere tutto il peso che Juncker e l’Italia auspicano nell’ambito di una discussione che, fra l’altro, rischia di essere troppo lunga rispetto all’urgenza reale.

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