Nel cuore di Milano, nella zona di via Fauché 9, era nata una delle polemiche più accese della recente maxi-inchiesta urbanistica. Un vecchio deposito, trasformato in una palazzina di due piani con un seminterrato, aveva attirato l’attenzione di centinaia di residenti, preoccupati per la cosiddetta “cementificazione selvaggia” della città.
Le autorità giudiziarie hanno finalmente pronunciato il verdetto: il Tribunale di Milano ha assolto tutti gli imputati, ritenendo che il fatto non costituisce reato.
L’assoluzione riguarda il costruttore Luigi D’Ambrosio, il direttore dei lavori e progettista Marco Colombo, e l’altro costruttore Gaetano Risi. Il giudice Franco Cantù Rajnoldi ha motivato la decisione con le espressioni “il fatto non costituisce reato” per D’Ambrosio e Colombo, e “non ha commesso il fatto” per Risi.
Le accuse e la decisione del giudice
Il procedimento aveva inquadrato i tre imputati in una serie di reati: abuso edilizio, lottizzazione abusiva e falso. La Procura di Milano, rappresentata dal pubblico ministero Paolo Filippini, aveva chiesto condanne fino a un anno di reclusione con pena sospesa e una multa di 25.000 euro per ciascuno. L’accusa sosteneva che la costruzione, presentata come ristrutturazione ricostruttiva, fosse in realtà una nuova edificazione, per cui sarebbe stato necessario un permesso di costruire anziché la SCIA utilizzata.
Nonostante la durezza della requisitoria, il giudice ha ritenuto che gli imputati avessero agito in buona fede, basandosi sull’affidamento incolpevole alle indicazioni degli uffici comunali. Le motivazioni definitive saranno pubblicate entro 90 giorni.
Il ruolo del Tar, del Consiglio di Stato e del Comune di Milano
Prima della sentenza penale, la stessa opera era stata oggetto di un acceso dibattito amministrativo. I condòmini del quartiere, temendo un ampliamento incontrollato, avevano chiesto al Tar di annullare il provvedimento. Il giudice amministrativo aveva confermato che l’intervento non poteva essere qualificato come mera ristrutturazione e aveva ordinato al Comune di Milano di demolire l’edificio. La decisione del Tar è stata poi ribadita dal Consiglio di Stato, che ha confermato la legittimità dell’ordinanza comunale.
Nel gennaio dell’anno precedente, Palazzo Marino aveva trasmesso l’ordine di demolizione, segnando il primo cantiere fra quelli sequestrati nella più ampia indagine della Procura su presunti abusi edilizi a Milano.
Ripercussioni per le famiglie e il futuro dell’urbanistica milanese
Il caso di via Fauché 9 ha avuto ripercussioni ben al di là dei protagonisti giudicati. Secondo le stime, ben 4.500 famiglie hanno destinato i propri risparmi all’acquisto di una casa che, a causa dei lunghi procedimenti, rimane incerta. L’incertezza ha alimentato il dibattito pubblico sulla necessità di una maggiore trasparenza nella concessione delle SCIA e nella gestione dei progetti di riqualificazione.
Nel frattempo, altri filoni dell’inchiesta continuano a muoversi: il caso “Torre Milano” a via Stresa, la vicenda “Park Towers” e le indagini su “Residenze Lac” e “Giardino Segreto” sono ancora in corso. La Procura di Milano ha già avviato richieste di archiviazione per alcune inchieste, mentre altre stanno per essere nuovamente esaminate dalla Cassazione.
Le assoluzioni a via Fauché 9 rappresentano una tappa importante nella lunga saga delle controversie urbanistiche milanesi, ma non segnano la fine delle discussioni su come bilanciare sviluppo edilizio e tutela dei diritti dei cittadini.
