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9 marzo 1976: il pomeriggio rimane una delle pagine più dolorose della storia recente del Trentino. Una cabina della funivia dell’Alpe del Cermis precipitò durante la discesa verso Cavalese, causando la morte di 42 persone e lasciando una sola superstite, la quattordicenne Alessandra Piovesana. L’evento, noto come la prima strage del Cermis, segnò la comunità locale e avviò un lungo percorso di lutto, indagini e riflessione sulla sicurezza degli impianti.
La vicenda non si esaurì con la tragedia iniziale. Negli anni successivi, indagini e processi hanno cercato di accertare cause e responsabilità. La memoria collettiva si è consolidata attraverso commemorazioni e dibattiti pubblici. Episodi successivi, come l’incidente del 1998 e quello del Mottarone nel 2026, hanno nuovamente posto l’accento sulla necessità di rafforzare le norme e i controlli sulle infrastrutture a fune.
Dinamica dell’incidente e bilancio delle vittime
La cabina, partita dall’Alpe del Cermis nel tardo pomeriggio, stava effettuando una delle ultime corse della giornata quando la fune portante cedette durante il tratto finale di discesa. Le ricostruzioni indicano che la cabina cadde da un’altezza significativa e proseguì la sua corsa su terreno inclinato prima di fermarsi su un prato vicino all’Avisio.
A bordo si trovavano 43 persone: 21 turisti tedeschi, 11 italiani, 7 austriaci, un cittadino francese, oltre al manovratore e ad alcuni operai dell’impianto. Il bilancio ufficiale registrò 42 vittime. Le autorità procedettero con i rilievi tecnici e gli accertamenti sulle cause del cedimento della fune.
La sopravvissuta e il trauma collettivo
Dopo i rilievi tecnici e gli accertamenti sulle cause del cedimento, l’attenzione si concentrò sulla testimonianza dell’unica sopravvissuta. La giovane milanese Alessandra Piovesana era parte del gruppo in gita scolastica e raccontò di essere rimasta miracolosamente in vita, protetta dai corpi degli altri sciatori. Negli anni successivi rese dichiarazioni nei processi, descrivendo ricordi intermittenti tra il senso di vuoto e il risveglio immediatamente precedente all’arrivo dei soccorsi. La sua vicenda assunse rapidamente il ruolo di simbolo della sopravvivenza e, insieme alle immagini della tragedia, contribuì a mantenere vivo il ricordo nella comunità locale. Questo intreccio di memoria individuale e trauma collettivo ha influenzato il dibattito pubblico sulle responsabilità e sulle misure di sicurezza nelle infrastrutture di montagna.
Inchiesta, processo e responsabilità
Le perizie tecniche indicarono una procedura anomala durante le manovre di esercizio. Gli esperti rilevarono il disinserimento dei circuiti automatici di sicurezza per operare manualmente l’impianto. Secondo l’accusa, quella scelta mirava ad accelerare la corsa dei passeggeri. Il funzionamento manuale favorì l’accavallamento tra fune traente e portante. L’accavallamento provocò la rottura della fune portante. La vicenda fu quindi oggetto di indagini giudiziarie e approdò a un processo volto a determinare responsabilità amministrative e penali.
Il ruolo del manovratore e le sentenze
La vicenda proseguì con l’individuazione del presunto responsabile nel manovratore, Carlo Schweizer. La Cassazione lo ritenne privo di patente e gli imputò il reato di disastro colposo, condannandolo a tre anni di reclusione.
La difesa sostenne che Schweizer fosse stato utilizzato come capro espiatorio per responsabilità più ampie, riconducibili alla società di gestione dell’impianto. Tra condoni e amnistie la pena scontata risultò limitata.
Successivamente Schweizer denunciò l’abbandono sociale ed economico subito dopo la condanna. Morì anni dopo, in un contesto emotivo riacceso dai funerali delle vittime di un altro incidente sullo stesso impianto. Il procedimento giudiziario e le istanze civili rimasero oggetto di dibattito pubblico.
La memoria, le lezioni e il dibattito pubblico
Il procedimento giudiziario e le istanze civili rimasero oggetto di dibattito pubblico. Per le istituzioni locali e per la popolazione la tragedia rappresenta una ferita profonda. Il presidente della Provincia autonoma di Bolzano richiamò l’importanza di una cultura della prevenzione e della sicurezza. Le dichiarazioni istituzionali si accompagnano ad azioni pratiche volte a rafforzare controlli e normative sugli impianti a fune, con l’obiettivo di evitare il ripetersi di eventi analoghi.
Episodi successivi che hanno riacceso la memoria
Il ricordo della tragedia del Cermis tornò vivo dopo un altro episodio drammatico il 3 febbraio 1998, quando un aereo militare degli Stati Uniti tranciò i cavi della funivia causando la morte di venti persone. L’evento determinò un ulteriore lutto per la comunità e indusse a una nuova rielaborazione pubblica del trauma.
Più recentemente, il confronto nazionale seguito alla tragedia del Mottarone nel 2026 ha rilanciato il dibattito su norme e protocolli di sicurezza per gli impianti di trasporto a fune. Tale confronto ha sollecitato istanze per approfondimenti tecnici e per una revisione delle procedure di controllo e manutenzione.
Dialogo locale e progetti per il territorio
In seguito alle sollecitazioni per controlli e manutenzioni, la comunità locale ha avviato un confronto pubblico sulla gestione degli impianti. Al centro del dibattito c’è il progetto della Società Funivie Alpe Cermis SPA per la realizzazione di un bacino di innevamento artificiale, illustrato durante la serata del 10 marzo a Masi di Cavalese. L’incontro è servito per spiegare i dettagli tecnici, presentare le valutazioni ambientali e raccogliere osservazioni dai residenti. Le amministrazioni locali e i gestori hanno promosso ulteriori momenti informativi per favorire la partecipazione della comunità nel processo decisionale.
Verso una comunità più consapevole
Il ricordo della tragedia del Cermis continua a orientare il dibattito pubblico e le scelte operative. Mezzo secolo dopo, la memoria comprende vite perdute, procedimenti giudiziari e una mobilitazione che ha spinto verso il miglioramento degli standard tecnici. La memoria resta un elemento attivo nel confronto tra istituzioni, gestori e cittadini, con l’obiettivo di accrescere la sicurezza e la trasparenza nelle procedure. Sul piano concreto, sono state richieste analisi tecniche approfondite e verifiche periodiche per valutare impatto e sostenibilità degli interventi previsti.