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Corte di Cassazione revoca interdizione a dottoresse nel caso CPR

Corte di Cassazione revoca interdizione a dottoresse nel caso CPR

Cassazione revoca la sospensione a tre dottoresse, restituendo la loro dignità professionale

Il caso che ha coinvolto tre mediche del reparto di Malattie Infettive dell’ospedale di Ravenna è tornato alla ribalta dopo l’intervento della Corte di Cassazione. Le tre professioniste erano state interdette dall’esercizio della professione per dieci mesi a seguito di un’inchiesta promossa dalla Procura di Ravenna, che le aveva accusate di aver rilasciato certificati medici falsi per impedire l’ingresso di migranti nei Centri di Permanenza per il Rimpatrio (CPR).

Cassazione annulla la misura cautelare contro le dottoresse

Durante l’udienza tenutasi venerdì, la Suprema Corte ha accolto il ricorso presentato dagli avvocati Salvatore Tesoriero e Francesca Cancellaro, decidendo di annullare la sospensione di dieci mesi imposta alle tre dottoresse. La Corte ha disposto il rinvio al tribunale di Riesame di Bologna per un nuovo esame delle richieste cautelari avanzate dalla Procura.

Con questa decisione, le professioniste riacquistano la possibilità di esercitare la propria attività, benché il procedimento penale rimanga in corso.

L’inchiesta sui certificati per i CPR

L’indagine, iniziata a Ravenna, si concentra su un presunto schema di falso ideologico continuato e interruzione di pubblico servizio. Secondo gli inquirenti, le mediche avrebbero emesso certificati che dichiaravano condizioni di salute incompatibili con la detenzione nei CPR, ostacolando così le operazioni di espulsione.

L’inchiesta, originariamente limitata a pochi soggetti, si è estesa nelle ultime settimane coinvolgendo altre città e portando il numero degli indagati a ventidue. I medici sottoposti a inchiesta hanno sempre respinto le accuse, sostenendo di aver agito in base a valutazioni cliniche e al giuramento di Ippocrate.

Le argomentazioni della difesa

Gli avvocati Tesoriero e Cancellaro hanno sottolineato che le azioni delle loro assistite rappresentano l’adempimento dei doveri di cura sanciti dalla Costituzione e dalle norme sovranazionali. Hanno dichiarato che la decisione della Cassazione «restituisce alle dottoresse la dignità personale e professionale così duramente aggredita». Inoltre, la difesa ha ritenuto che le misure cautelari fossero sproporzionate rispetto ai valori costituzionali, ribadendo che i medici devono rimanere garanti della salute di ogni individuo indipendentemente dalla loro appartenenza a una determinata comunità.

Prospettive future e possibile nuovo giudizio

Il prossimo passo spetterà al tribunale di Riesame di Bologna che dovrà valutare se confermare o meno le richieste cautelari della Procura. Un eventuale nuovo provvedimento potrà influenzare non solo la carriera delle tre dottoresse, ma anche il dibattito più ampio sul ruolo dei medici nelle politiche migratorie. La vicenda mette in evidenza la tensione tra obblighi professionali di tutela della salute e le pressioni legate alla sicurezza nazionale, sollevando interrogativi sulla compatibilità tra etica medica e strategie di controllo dei flussi migratori.

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