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Omicidio Monia Di Domenico, giudici dimezzano la pena all’assassino

L'efferatezza dell'omicidio non ha convinto i giudici, i quali non hanno tenuto conto dell'aggravante della crudeltà. Distrutti amici e parenti.

pena dimezzata a Giovanni Iacone

Giovanni Iacone, l’uomo che l’11 gennaio 2017 assassinò Monia Di Domenico in un appartamento di via Monte Sirente a Francavilla sconterà 17 anni di carcere per omicidio e occultamento di cadavere, la metà del tempo, dunque, rispetto a quanto era stato stabilito dai giudici di primo grado. La decisione è stata presa dalla Corte d’Assise d’Appello dell’Aquila e ha lasciato interdetti i familiari e gli amici della vittima. “Oggi è peggio del giorno in cui è morta Monia” ha dichiarato affranta la madre Doretta. Il padre Aldo, ex poliziotto di 82 anni, si è detto senza parole. Il 19 maggio 2019, in piazza Salotto a Pescara, si è svolto un flash mob di protesta nei confronti della decisione della Corte d’Appello.

La sentenza

La decisione finale del giudice ha sollevato molti dubbi.

Nell’emanare la sentenza, non è stata infatti tenuta in considerazione l’aggravante della crudeltà dell’omicidio e, inoltre, la pena ha subito uno sconto ulteriore per il ricorso a rito abbreviato.

Sulla vicenda è intervenuta anche Carola Profeta dell’associazione Noi per la famiglia. La portavoce, che da anni si batte contro il femminicidio, ha giudicato la sentenza assurda. “Mi chiedo cos’altro debba fare un assassino perché sia presa in considerazione l’aggravante della crudeltà” ha affermato.

L’omicidio

Monia Di Domenico, psicologa, venne brutalmente uccisa a 45 anni da Giovanni Iacone dopo essersi recata nell’appartamento dove quest’ultimo viveva per riscuotere una quota d’affitto arretrata di 700 euro. La casa apparteneva infatti alla famiglia Di Domenico ed era stata data in affitto a Iacone (49 anni).

L’inquilino moroso aveva aggredito la donna colpendola ripetutamente con un sasso da ornamento, poi, non soddisfatto, le aveva tagliato la gola con una grossa scheggia di vetro.

In seguito alla perizia psichiatrica, il medico legale era giunto alla conclusione che l’assassino era perfettamente in grado di intendere e di volere al momento dell’omicidio e aveva la capacità di stare in giudizio.


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