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L’opinione di Toni Capuozzo

L’Italia gioca alla guerra, sulla pelle dei Generali

Il Generale Stano è stato condannato per la strage di Nassiriya: spiace per lui e per ogni comandante in procinto di partire per la guerra.

generale Stano condannato
strage di Nassiriya

È l’Italia/Alice, convinta di vivere in un mondo ideale, e di esserne il centro, quella che sta dietro la recente sentenza della Cassazione che condanna il generale Bruno Stano a risarcire i famigliari delle vittime di Nassiriya. Pro memoria: il 12 novembre 2003 un camion carico di esplosivo riduce in macerie la base Maestrale, uccidendo 12 carabinieri, 5 militari dell’esercito e due civili. Passato il tempo delle esequie, degli anniversari, dei monumenti, giunge quello dei processi.

I comandi militari sul posto vengono assolti, in sede penale, dall’accusa di non aver predisposto opportune difese e di aver sottovalutato gli allarmi dell’intelligence. Lasciamo perdere la tortuosità legale per cui all’assoluzione penale segue invece la condanna a risarcire, in sede civile, i danni procurati. Lasciamo perdere anche la ovvia considerazione che i soldi non ripagano di nulla, non riportano in vita i caduti, e in qualche modo ne “sindacalizzano” la memoria (“Questa sentenza offende la memoria di tutti i caduti….” ha detto Margherita Caruso, vedova del brigadiere Coletta, che non si è costituita parte civile “perché mio marito non lo avrebbe voluto”).

È legittimo, e comprensibile, che altri si siano costituiti parte civile, e che i Cocer salutino con favore la sentenza: i soldi servono a chi ha dovuto ricostruirsi una vita, o servirebbero a riconoscere di un’assunzione di responsabilità, come si augurerebbero i tanti famigliari di vittime di uranio impoverito.

Il problema è un altro: che responsabilità attribuire a un generale che era sul posto da un solo mese e che certo non avrebbe potuto modificare scelte già fatte da qualcuno più in su di lui? Quali scelte?

Intanto quella di prendere parte a una missione in cui la “guerra” era data per finita e si trattava solo di aiutare l’Iraq a ricostruirsi. Scelta del governo in carica, quello presieduto da Silvio Berlusconi, destinato a passare agli annali come il più longevo governo dell’Italia repubblicana. Ministro degli Esteri era Franco Frattini, della Difesa Antonio Martino. Coerentemente con l’idea di una “missione di pace” il contingente italiano non viene dotato di elicotteri d’attacco, né di carri armati, né di missili anticarro, gli unici in grado di fermare un camion carico che ti sta puntando: capo di Stato Maggiore Difesa era il gen.

Roberto Mosca Moschini, capo di Stato Maggiore Esercito il gen. Giulio Fraticelli.

E chi stabilisce che i carabinieri debbano sistemarsi non in un campo in mezzo al deserto, lontano dal paese e ben difendibile, come la base di White Horse o quella di Tallil, ma in centro, come una qualunque stazione dei carabinieri, a portata di mano per il cittadino? Non c’è un ordine scritto, ma comandante generale dell’Arma era l’ultimo dei comandanti non provenienti dall’Arma stessa: il generale Guido Bellini. Bisognerebbe aggiungere che l’ex sede della Camera di Commercio, diventata base Maestrale, o Animal House per gli uomini sul posto, era così affacciata all’inizio del ponte sull’Eufrate che non vi sarebbe stato spazio per obbligare i veicoli in ingresso a quelle serpentine che forzano il rallentamento.

E chiudere il ponte al traffico civile avrebbe destato malumori nella popolazione, i cui cuori invece dovevano essere conquistati. In più, i rapporti con la popolazione sciita erano abbastanza buoni: gli attentatori, sunniti, scesero da Baghdad.

Imprevedibile ? L’intelligence, a Nassiriya come a Kabul, fa quello che ormai fanno i sindaci italiani davanti a ogni possibile emergenza climatica: emettono un allarme, e schermano coscienza e inchieste. Dieci allarmi al giorno è come dire nessuno. Insomma l’Italia che sogna missioni estere in cui i militari sono più simili a boy scout o volontari delle ONG, passato lo choc dello scontro con la realtà, non riesce neppure a interrogarsi sulle responsabilità politiche, a misurarsi con le proprie illusioni e trova un modesto capro espiatorio. Spiace per lui, per noi tutti, ma ancora di più per ogni comandante in procinto di partire, per il Libano o l’Afghanistan, la Libia o il Mediterraneo.

Giornalista, scrittore e volto noto del giornalismo d'inchiesta televisivo italiano. Ha esordito nel giornalismo cartaceo come penna di Lotta Continua nel 1979, seguendo il mondo dell'America Latina. Reporter di guerra ha raccontato i conflitti dell'ex Jugoslavia, della Somalia e del Medio Oriente. Ha condotto lo storico programma Terra! in onda sulle reti Mediaset. Vicedirettore del Tg5 fino al 2013 ha tenuto la rubrica Mezzi Toni su Tgcom24.


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Giornalista, scrittore e volto noto del giornalismo d'inchiesta televisivo italiano. Ha esordito nel giornalismo cartaceo come penna di Lotta Continua nel 1979, seguendo il mondo dell'America Latina. Reporter di guerra ha raccontato i conflitti dell'ex Jugoslavia, della Somalia e del Medio Oriente. Ha condotto lo storico programma Terra! in onda sulle reti Mediaset. Vicedirettore del Tg5 fino al 2013 ha tenuto la rubrica Mezzi Toni su Tgcom24.

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