Il bilancio dello Stato saudita ha subito un brusco cambiamento: nei primi tre mesi dell’anno il disavanzo è salito a 125,7 miliardi di riyal (pari a 33,5 miliardi di dollari), risultato della combinazione tra un aumento della spesa pubblica e una contrazione delle vendite di greggio. Questo dato supera di molto il programma annunciato a dicembre, quando il governo stimava un deficit di bilancio annuale di 65 miliardi di riyal per il 2026.
La dinamica dei conti pubblici riflette tensioni sia sul fronte delle entrate sia su quello degli impegni di spesa: la spesa totale è salita del 20% a 386,7 miliardi di riyal, mentre le entrate petrolifere sono diminuite del 3% a 144,7 miliardi di riyal. Nel frattempo le entrate non petrolifere hanno registrato solo un lieve incremento del 2%, insufficiente per compensare il calo delle commodity energetiche.
Composizione della spesa e fonti di entrata
Analizzando i capitoli di spesa, la voce più rilevante è stata quella delle risorse economiche, salita del 52% rispetto all’anno precedente. Anche i capitoli relativi agli elementi generali sono aumentati di quasi la metà (+46%), mentre settori come la difesa, le infrastrutture e i trasporti hanno visto incrementi intorno al 26% ciascuno.
Questa redistribuzione dei fondi riflette priorità pubbliche che, in un contesto di entrate petrolifere ridotte, amplificano la pressione sul bilancio.
Il peso del petrolio nelle casse pubbliche
Le vendite di greggio e prodotti petroliferi sono storicamente la principale fonte per i conti del Regno: nel 2026 queste attività hanno generato circa 606,5 miliardi di riyal per l’erario. La recente riduzione nelle esportazioni ha dunque effetti immediati e rilevanti sul saldo di bilancio, evidenziando la vulnerabilità di un modello economico ancora fortemente dipendente dal settore idrocarburi.
La paralisi dello Stretto di Hormuz e le vie alternative
La crisi nasce dal fatto che il transito marittimo nello Stretto di Hormuz — che normalmente trasporta circa un quinto delle forniture mondiali di carburante — è praticamente fermo da oltre due mesi. La perdita di capacità di carico ha costretto i paesi del Golfo a deviare flussi attraverso pipeline terrestri e porti sul Mar Rosso e sull’Oceano Indiano, ma le alternative non bastano a rimpiazzare completamente il volume perso.
Pipeline di bypass: capacità e limiti
Tra le vie alternative spicca l’East-West Pipeline (nota anche come Petroline), che collega i giacimenti orientali sauditi ai terminali di Yanbu sul Mar Rosso e può raggiungere un tetto di emergenza vicino ai 7 milioni di barili al giorno. Tuttavia le infrastrutture di carico non sono state costruite per operare a ritmi così elevati e le stime indicano che i flussi reali sono inferiori alla capacità teorica. Anche l’Abu Dhabi Crude Oil Pipeline (Adcop) verso Fujairah e la rete irachena verso il Mediterraneo rappresentano soluzioni parziali ma esposte ad attacchi e interruzioni.
Implicazioni strategiche e prospettive
La compressione delle entrate petrolifere ha effetti politici e strategici. Gli attacchi e le minacce che hanno interrotto il traffico via mare hanno mostrato come le alternative terrestri siano vulnerabili sia a danni fisici sia a strozzature logistiche. Gli eventi recenti hanno incluso attacchi a stazioni di pompaggio e a terminali, con interruzioni temporanee di centinaia di migliaia di barili al giorno, mettendo in luce la fragilità delle rotte di scambio.
Sul piano internazionale, l’instabilità ha portato anche ad azioni militari: un’operazione statunitense denominata Project Freedom è stata avviata per riaprire il passaggio, ma è stata sospesa dal presidente degli Stati Uniti meno di 48 ore dopo l’inizio, con la motivazione ufficiale di un «grande progresso» verso un accordo diplomatico con l’Iran. Le oscillazioni tra pressioni militari e vie diplomatiche aggiungono incertezza agli scenari di medio termine.
In conclusione, la combinazione tra la sostanziale chiusura dello Stretto di Hormuz, l’esaurimento parziale delle capacità alternative e l’aumento della spesa pubblica ha prodotto un deficit che mette a dura prova le previsioni di bilancio. La situazione sottolinea la necessità di diversificazione economica e di investimenti in infrastrutture più resilienti; nel frattempo, la capacità di ripristinare i flussi marittimi rimane il fattore chiave per stabilizzare le entrate statali.