Il caso di Davide Fontana, ex bancario di 46 anni, ha di nuovo occupato le prime pagine dei media italiani. L’11 la giovane Carol Maltesi, allora 26enne, fu uccisa nell’appartamento che abitava a Rescaldina, in provincia di Milano. Il delitto, caratterizzato da estrema violenza, si è concluso con la frammentazione del corpo, che è stato poi abbandonato in una discarica del Bresciano.
Il procedimento giudiziario si è protratto per più di quattro anni, attraversando diverse fasi processuali. Dopo una prima condanna a 30 anni, Fontana è stato poi giudicato colpevole di omicidio premeditato in due distinti processi d’appello, ricevendo la pena di ergastolo. Entrambe le sentenze sono state successivamente annullate con rinvio dalla Cassazione che ha contestato la valutazione della premeditazione, costringendo la magistratura a riesaminare il caso.
Il percorso giudiziario: dalla condanna iniziale all’appello ter
Il processo attuale, definito “ter” nella terminologia dei giudici milanesi, rappresenta il sesto procedimento legale sul caso. La Corte d’Assise d’Appello di Milano ha, questa volta, confermato l’ergastolo, accogliendo l’argomentazione dell’accusa secondo cui esisteva una volontaria pianificazione del delitto.
La decisione è stata resa dopo una lunga discussione su due punti cruciali: la natura dell’atto violento e l’esistenza di un periodo di riflessione da parte dell’imputato prima di commettere l’omicidio.
La decisione sulla premeditazione
Il nodo centrale della discussione è stato l’aggravante della premeditazione. La difesa, rappresentata dall’avvocato Stefano Paloschi, aveva sostenuto che il delitto fosse scaturito da un “dolo di impeto”, ovvero da una reazione emotiva improvvisa. La Cassazione, nella sentenza di febbraio, aveva evidenziato “deficit evidenti” nelle motivazioni dell’appello “bis”, ritenendo che non fossero state adeguatamente dimostrate le ragioni per escludere la premeditazione. La Corte d’Assise d’Appello, in sede di mercoledì 16 settembre 2026, ha quindi ritenuto che la condizione di pianificazione fosse dimostrata, confermando la pena più severa.
Ricostruzione dei fatti e indagini della Procura
La Procura generale ha giocato un ruolo fondamentale nella ricostruzione dei dettagli più crudi del delitto. Secondo le ricostruzioni, Fontana ha colpito Maltesi con un martello, per poi sgozzarla. Dopo l’omicidio, il corpo è stato smembrato e i resti sono stati conservati per più di due mesi in un congelatore domestico, un gesto che ha ulteriormente confermato la volontà di occultare il crimine. Incapace di bruciarli, l’imputato ha poi trasportato i pezzi in sacchi neri, gettandoli in una discarica della provincia di Brescia, dove sono stati ritrovati da un passante.
Durante l’udienza, Fontana ha pronunciato più volte le proprie dichiarazioni, tra cui le parole: “Non ho mai potuto organizzare di far del male a lei. Ciò è lontano da ciò che ero e che sono. Mi spiace e mi vergogno, quell’orrore non mi è mai appartenuto. Chiedo scusa a tutti”. Ha anche aggiunto: “Con il passare del tempo realizzo ciò che ho fatto, anche se posso sembrare freddo provo grande dolore dentro di me e non potrò mai riparare al dolore e alla sofferenza causata, ma ci proverò fino ultimo giorno”. Nonostante queste affermazioni, la Corte ha ritenuto che la gravità dei fatti e la loro pianificazione richiedessero la massima pena prevista dal codice penale.
Con la sentenza definitiva, la corte d’Appello chiude definitivamente il capitolo giudiziario di questo caso, che ha segnato una delle vicende più drammatiche degli ultimi anni nella cronaca criminale milanese. La decisione conferma, inoltre, l’importanza della valutazione accurata delle aggravanti nei processi per omicidio, rafforzando il principio che la pianificazione deliberata di un atto di violenza comporta le sanzioni più severe previste dalla legge.
