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Fiera Più Libri Più Liberi, scontro sul requisito antifascista e reazioni politiche

Fiera Più Libri Più Liberi, scontro sul requisito antifascista e reazioni politiche

La richiesta di una dichiarazione sui valori costituzionali per partecipare a Più Libri Più Liberi ha scatenato un duro confronto tra l'organizzazione della fiera, la premier Giorgia Meloni e figure politiche come Roberto Vannacci. Tra accuse di censura, richiami ai princìpi costituzionali e riferimenti alle tensioni dell'edizione precedente, il dibattito si è ampliato coinvolgendo valutazioni istituzionali e polemiche sulla selezione degli espositori.

La proposta che gli espositori di Più Libri Più Liberi debbano sottoscrivere una dichiarazione di adesione ai principi costituzionali e al rifiuto del fascismo ha riaperto un acceso confronto pubblico. A Roma, in seguito alla pubblicazione della modulistica inviata alle case editrici, la vicenda è degenerata in uno scontro politico che vede contrapposti l’organizzazione della fiera e la presidente del Consiglio.

L’Associazione nazionale degli editori che organizza l’evento difende la scelta come uno strumento di chiarezza operativa e di tutela del pluralismo nel contesto fieristico, mentre su un piano politico la decisione è stata descritta come un possibile meccanismo di esclusione ideologica.

Replica ufficiale della fiera e motivazioni

L’organizzazione della manifestazione ha spiegato che la dichiarazione richiesta si basa su riferimenti istituzionali e universali, priva di agganci partitici o di contenuti politici espliciti.

Nel comunicato si sottolinea che il documento è finalizzato a creare unità e a chiarire principi condivisi tra i soggetti presenti in fiera. Sulle modalità di presentazione di tale testo gli organizzatori hanno comunque ammesso la necessità di un ulteriore esame per rispetto istituzionale.

Il messaggio dell’organizzazione include una presa di posizione netta sul modo in cui il provvedimento è stato recepito dall’opinione pubblica: “È evidente che così non è stato interpretato“, si legge nella nota, richiamando l’intenzione iniziale di evitare ogni connotazione politica nella formulazione della dichiarazione.

La reazione della presidente del Consiglio e le accuse di censura

Il cuore della polemica è stato il post pubblicato il 14 giugno da Giorgia Meloni, in cui la premier ha definito la richiesta come un «patentino antifascista» e ha denunciato una logica di esclusione ideologica: “Si chiama, banalmente, censura“, ha scritto, aggiungendo che “E la censura è incompatibile con qualsiasi società democratica“. L’intervento ha spostato il dibattito su un piano politico più ampio, trasformando una questione regolamentare in un terreno di scontro tra schieramenti.

La critica della presidente del Consiglio si inserisce in un quadro già teso: l’edizione precedente della fiera aveva registrato proteste per la presenza dell’editore Passaggio al Boscoevento che aveva innescato richieste di criteri più stringenti nella selezione degli espositori. Da qui nasce la decisione di rendere più esplicite le clausole di adesione ai valori costituzionali nella documentazione per la nuova edizione.

Posizioni politiche di sostegno

Sul versante opposto, alcune forze politiche hanno appoggiato la critica alla misura, sostenendo che la libertà di espressione non debba essere subordinata a dichiarazioni preventive. Tra le reazioni spontanee è stata citata l’approvazione da parte del fondatore di un nuovo soggetto politico che ha sintetizzato il dissenso con la frase “ha perfettamente ragione“, ribadendo l’idea che la valutazione delle idee debba avvenire sulla base delle argomentazioni e non di certificazioni preventive.

Contemporaneamente, la vicenda ha attratto critiche più ampie sul governo, con richiami a temi infrastrutturali quali i progetti collegati al Ponte dello Stretto e agli stanziamenti bloccati, citati in polemica con priorità e scelte di agenda che alcuni avversari ritengono errate. In particolare, nelle discussioni politiche è stato evocato il valore di 13,5 miliardi come cifra simbolica legata a interventi infrastrutturali al centro del dibattito pubblico.

Il nodo normativo e il confine tra regole e censura

La questione pone una domanda centrale: quando una regola organizzativa diventa un ostacolo alla libertà di espressione? Da una parte, le fiere del libro possono definire criteri di partecipazione per tutelare la dignità e la sicurezza del pubblico; dall’altra, ogni requisito che sembri selettivo rischia di essere interpretato come una forma di interdizione preventiva. Il confronto attuale mette in luce questa tensione e la difficoltà di tradurre princìpi costituzionali in clausole operative senza suscitare sospetti di parte.

Nel dibattito pubblico la distinzione fra regolamentazione e censura rimane cruciale: il primo concetto è legato a norme e procedure che disciplinano eventi collettivi; il secondo evoca invece l’esclusione sistematica di voci non gradite. Lo scambio di posizioni fra organizzatori, istituzioni e rappresentanti politici evidenzia la delicatezza del bilanciamento tra tutela dei valori e rispetto della libertà di opinione.

La vicenda continuerà a essere monitorata nei prossimi giorni, mentre gli attori coinvolti valutano eventuali modifiche al testo della dichiarazione e si attende che il confronto passi da accuse e controaccuse a un chiarimento formale sulle modalità di applicazione del requisito per partecipare alla manifestazione.

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