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Hacker iamnotavillain ruba dati di 700 utenti Revolut

Hacker iamnotavillain ruba dati di 700 utenti Revolut

Hacker iamnotavillain si è spacciato per funzionari e ha sottratto dati di centinaia di clienti Revolut, attirando l'attenzione di Polizia postale e DNA.

La fintech britannica Revolut, nota per la sua rapidità nell’erogare servizi finanziari digitali, è stata recentemente al centro di una grave violazione informatica. Secondo le prime ricostruzioni, i dati personali e le cronologie delle transazioni di circa 700 correntisti sono stati compromessi da un attacco sofisticato, che ha inoltre implicato l’accesso a un volume di circa 147 gigabyte di informazioni interne alle forze dell’ordine italiane.

Il presunto responsabile dell’attacco è un gruppo di cybercriminali che opera sotto lo pseudonimo iamnotavillain. Il gruppo ha dichiarato, tramite un canale Telegram, di aver mantenuto per mesi l’illusione di essere personale delle autorità italiane, al fine di ottenere da Revolut indirizzi, numeri di telefono e dettagli delle operazioni bancarie dei clienti.

La confessione è stata inviata al Financial Times ma le autorità hanno confermato la sua veridicità.

Frode informatica tramite l’account della Prefettura di Reggio Calabria

L’indagine si è focalizzata su un account di posta elettronica certificata (PEC) associato alla Prefettura di Reggio Calabria. Secondo le prime ricostruzioni, gli hacker avrebbero sfruttato tale casella per impersonare dipendenti del Ministero dell’Interno, chiedendo a Revolut le informazioni richieste come se fossero richieste ufficiali.

Le autorità stanno ancora valutando se la casella PEC sia stata realmente violata o semplicemente clonata, fenomeno non raro nelle operazioni di phishing avanzato. Il modus operandi ha permesso a iamnotavillain di raccogliere gli stessi dati di quasi 700 utenti in un arco temporale di diversi mesi.

Dettagli tecnici sulla presunta compromissione della PEC

Le forze dell’ordine hanno ipotizzato che il collegamento tra la PEC e la banca sia avvenuto sfruttando vulnerabilità nella gestione delle credenziali di accesso del Ministero dell’Interno. La tecnica, descritta come “molto sofisticata” nella prima informativa della Polizia postale potrebbe aver coinvolto la creazione di una replica digitale della casella, capace di intercettare le comunicazioni senza che il legittimo titolare ne accorgesse. Tale scenario rende difficile stabilire con certezza se la violazione sia stata il risultato di un attacco diretto o di una clonazione dell’identità digitale.

Reazione delle autorità: Polizia postale e Direzione nazionale antimafia e antiterrorismo

La Polizia postale ha aperto un’indagine penale per far luce sull’intera operazione, definendo l’evento come una delle frodi più strutturate degli ultimi anni. Parallelamente, la Direzione nazionale antimafia e antiterrorismo (DNA) è intervenuta, in quanto la violazione riguarda un ente governativo. I magistrati della DNA hanno avviato le procedure necessarie per valutare eventuali legami con reti criminali più ampie, dato il coinvolgimento di un’agenzia statale nella fase di raccolta dati.

Monitoraggio del dark web per una possibile vendita dei dati

Un ulteriore filone investigativo è orientato al dark web dove gli hacker spesso mettono in vendita informazioni sensibili. Gli investigatori stanno tracciando eventuali inserzioni che offrano i record di Revolut o i 147 GB di dati delle forze dell’ordine al fine di prevenire ulteriori diffusioni o usi illeciti. Fino a questo momento non è emersa alcuna prova concreta di una transazione, ma il monitoraggio resta attivo e intensificato.

Il caso evidenzia la vulnerabilità dei sistemi di comunicazione certificata e la necessità di rafforzare le procedure di autenticazione quando si trattano richieste di dati sensibili. Mentre le indagini proseguono, Revolut ha già avvisato i propri clienti di possibili attività fraudolente e sta collaborando con le autorità per mitigare i danni. La vicenda rappresenta un monito per le istituzioni e per gli operatori del settore fintech, che dovranno rivedere i propri protocolli di sicurezza per evitare che simili inganni possano ripetersi.

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