Il 27 settembre 2026 il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha lanciato un avvertimento inedito: Teheran è disposto a riavviare le ostilità, anche se dovesse scaturire una guerra totale. Le dichiarazioni arrivano in un momento di alta tensione, in cui le relazioni tra Tehran e Washington sono ormai al punto di rottura, in ragione del rifiuto da parte del presidente statunitense donald trump di accettare il piano di sette giorni proposto dall’Iran per porre fine al conflitto e riaprire il Stretto di Hormuz.
Le parole di Abbas Araghchi sul riavvio delle ostilità
Durante una conferenza stampa a Teheran, Araghchi ha affermato che l’Iran ha completato la preparazione militare necessaria per affrontare una possibile ripresa delle ostilità. Il diplomatico ha sottolineato che la decisione di essere pronti non implica una volontà attiva di attaccare, ma una necessità strategica per preservare la sicurezza nazionale.
“Siamo pronti a rispondere, anche a una guerra di fine mondo, se sarà necessario”, ha dichiarato, aggiungendo che la prontezza è il risultato di anni di rafforzamento delle capacità difensive, soprattutto nella regione del Golfo.
Motivazioni della preparazione militare
Secondo Araghchi, la principale motivazione alla base della prontezza operativa dell’Iran è rappresentata dalle minacce percepite dopo il rifiuto americano del piano di cessate il fuoco.
L’Iran sostiene che la mancanza di un impegno concreto da parte di Washington, unitamente alle sanzioni economiche, abbia spinto il paese a consolidare la propria posizione militare. Il ministro ha anche evidenziato l’importanza di mantenere le rotte marittime, soprattutto lo Stretto di Hormuz che rappresenta una vena vitale per il commercio globale di petrolio.
La risposta di Donald Trump al piano di sette giorni
In un comunicato diffuso dalla Casa Bianca, il presidente Donald Trump ha respinto categoricamente la proposta iraniana di una tregua di sette giorni, definendola “insufficiente” e “non credibile”. Trump ha ribadito la propria ferma opposizione a qualsiasi soluzione che implichi una concessione strutturale al regime di Teheran, sostenendo che la sicurezza degli alleati regionali, soprattutto dell’Arabia Saudita e degli Emirati Arabi Uniti, non può essere messa a rischio. Questa posizione ha inasprito ulteriormente il clima diplomatico, lasciando l’Iran con poche alternative oltre alla preparazione militare.
Conseguenze per lo Stretto di Hormuz
Il rifiuto della proposta americana ha diretto l’attenzione sullo Stretto di Hormuz uno dei punti più sensibili del commercio energetico mondiale. Araghchi ha avvertito che, in assenza di un accordo, l’Iran potrebbe considerare azioni più drastiche per garantire il controllo della via di navigazione. Un eventuale blocco o minaccia al transito marittimo avrebbe ripercussioni immediate sui prezzi del petrolio e sulla sicurezza delle rotte commerciali, coinvolgendo non solo gli Stati Uniti ma anche le nazioni europee e asiatiche dipendenti da queste forniture.
Rischi per la stabilità del Golfo Persico
Le dichiarazioni di Araghchi e la risposta di Trump hanno sollevato timori diffusi tra gli analisti di sicurezza internazionale. La possibilità di una guerra di fine mondo – termine usato dal ministro per descrivere uno scontro di scala catastrofica – è ora al centro di simulazioni strategiche. Se le tensioni dovessero degenerare, gli alleati regionali potrebbero essere costretti a scegliere tra un intervento militare o un rafforzamento delle proprie forze navali. In questo scenario, la diplomazia rimane l’ultima via d’uscita, ma il divario tra le due parti sembra più ampio che mai.
Nel frattempo, la posizione di Donald Trump di rifiutare il piano di sette giorni mantiene alta la pressione, lasciando aperta la possibilità di un’escalation che potrebbe ripercuotersi su scala globale.
