Un episodio di intossicazione alimentare avvenuto a Palermo ha riportato l’attenzione sui rischi legati al consumo di pesce conservato in modo non corretto. Sette persone sono finite in ospedale dopo aver mangiato tonno rosso, con un caso particolarmente grave in terapia intensiva. Le indagini e le valutazioni mediche hanno indirizzato i sospetti verso la sindrome sgombroide, una forma di intossicazione causata dall’accumulo di istamina negli alimenti ittici mal conservati.
Intossicazione da tonno a Palermo: i fatti e gli interventi sanitari
Come riportato da Sky Tg24, sette persone sono finite in ospedale dopo aver consumato tonno rosso acquistato in una pescheria di Palermo. Tra i casi segnalati, uno risulta ricoverato in terapia intensiva all’ospedale Villa Sofia, mentre gli altri sei sono stati distribuiti tra i pronto soccorso del Civico, dell’Ingrassia e del Policlinico.
Tre dei pazienti appartengono allo stesso nucleo familiare, elemento che ha rafforzato i sospetti su un’origine alimentare comune dell’episodio.
I Carabinieri del NAS di Palermo, coordinati dal tenente colonnello Luigi Pacifico, avrebbero rintracciato l’esercizio commerciale coinvolto nella vendita del prodotto ittico. I consumatori avrebbero manifestato rapidamente disturbi compatibili con un’intossicazione alimentare, in particolare nausea e altri sintomi tipici.
L’ipotesi principale riguarda una possibile contaminazione da istamina, sostanza che può accumularsi nel pesce deteriorato.
Sindrome sgombroide: meccanismo, sintomi e rischi alimentari
Secondo l’analisi degli esperti, il quadro clinico richiama la cosiddetta sindrome sgombroide, una forma di intossicazione legata all’ingestione di elevate quantità di istamina. Come spiegato dal docente Mauro Minelli all’Adnkronos, “L’episodio riporta l’attenzione sulla sindrome sgombroide, una tra le più insidiose patologie di origine alimentare”. Il nome deriva dagli Scombridae, famiglia che include tonno e sgombro, pesci ricchi di L-istidina nei tessuti muscolari.
La condizione non dipende da una predisposizione individuale, ma dalla quantità di tossina ingerita. In questo senso viene descritta come una reazione pseudo-allergica: “qui la reazione non dipende dalla sensibilità individuale, ma dalla dose di tossina presente nell’alimento. Chiunque, allergico o non allergico, se esposto a una concentrazione sufficiente di quella sostanza, manifesterà i sintomi”. Il meccanismo si attiva soprattutto quando la catena del freddo non viene rispettata: i batteri trasformano l’istidina in istamina, una sostanza resistente a cottura e congelamento. Da qui la persistenza della tossicità anche dopo i normali processi di conservazione.
I sintomi compaiono rapidamente, da pochi minuti fino a circa un’ora dall’ingestione, e includono arrossamento cutaneo (flushing), cefalea, vertigini, tachicardia, ipotensione, oltre a disturbi gastrointestinali come nausea, dolori addominali e diarrea. In alcuni casi il quadro può simulare un’allergia, rendendo necessaria una diagnosi differenziale attenta, anche attraverso indizi come un sapore “piccante” o metallico del pesce.
La prevenzione si basa sul mantenimento costante di basse temperature lungo tutta la filiera ittica, mentre il trattamento nelle fasi acute può includere corticosteroidi e antistaminici, con supporto medico nei casi più gravi. Come sottolineato dagli specialisti, la gestione tempestiva e il controllo sanitario della filiera restano fondamentali per evitare episodi simili.